Pellegrini con Francesco. Il Papa parlerà del Cremisan

«Papa Francesco non potrà non parlare del Cremisan». Ne è convinto padre Ibrahim Shomali, parroco di Beit Jala, in Palestina, che al Papa ha presentato un appello per salvare quella parte di terra palestinese, che rischia di essere inglobata da un altro pezzo di muro che Israele intende costruire. Uno sfregio in una vallata meravigliosa, dominata dal 1885 dal Convento dei salesiani. Saranno abbattuti vigne, pinete e ulivi, di proprietà di una cinquantina di famiglie cristiane, che perderanno, così, l’unica fonte di reddito. Da quando questa idea si è fatta strada, nel 2011, padre Ibrahim e i suoi parrocchiani si ritrovano il venerdì a celebrare l’Eucaristia sotto gli ulivi, pregando il Signore che li aiuti a preservare la loro terra. «Lo facciamo – dice padre Shomali – pensando ad un altro luogo pieno di ulivi e di significato: il Getsemani. In quel giardino gli ulivi hanno assistito Gesù nella sua passione e nella sua sofferenza. Oggi siamo noi, insieme a Gesù, a soffrire e a vivere la passione dei nostri ulivi e delle nostre terre». La decisione del Tribunale è stata rimandata al 30 luglio. Padre Shomali è fiducioso perché molti, a livello internazionale, vescovi compresi, si sono interessati alla situazione e hanno fatto pressione su Israele. «Israele insiste che è per la sicurezza ma, se vogliono costruire il muro, devono farlo nel rispetto della linea verde. Ma io credo che le uniche frontiere sicure sono i cuori sicuri. Se vogliono davvero poter sentirsi tranquilli, devono fare la pace».

Invece, in questo momento la pace è piuttosto lontana.

«Già, di pace non se ne parla oggi. È tutto bloccato. D’altra parte, Israele vuole la pace e il terreno. Non si può avere tutto. Se vogliono la pace, devono cedere terra, dare libertà di accesso ai Luoghi santi, rispondere ai bisogni. E poi i palestinesi hanno diritto a tornare alle loro case. Così come hanno fatto gli ebrei. Cos’è? Ci sono diritti diversi? Alcuni di livello alto, altri di livello basso? Non sarà facile ma, se c’è la volontà, ci sarà la soluzione».

Il papa celebrerà la messa nella piazza della Mangiatoia a Betlemme. Com’è l’attesa della gente?

«Tutti vorrebbero il Papa da loro. A Betlemme, i fedeli lamentano che sono stati distribuiti solo 200 biglietti per parrocchia. A Gerusalemme non sono contenti perché il Papa non celebra una grande messa all’aperto. In Galilea sono delusi, perché non va da loro. L’Autorità palestinese è contenta perché è il primo Capo di Stato che visita la Palestina. I palestinesi sono contenti perché incontra gli abitanti dei campi profughi. È chiaro a tutti che la situazione politica difficile non permette di allungare questa visita. Tuttavia, la gente vuole vedere questo Papa dal vivo, perché è entusiasta dei suoi gesti, del rapporto che ha con i malati, tutti qui lo amano tantissimo».

Come vivete cristiani e musulmani insieme?

«In Terra Santa, musulmani e cristiani condividono una storia di 14 secoli. In genere, i musulmani palestinesi sono moderati. Quello che li rende fanatici, è la questione politica. Il fanatismo che abbiamo è più politico che religioso. Ma, con l’appoggio del presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), i palestinesi hanno deciso di non fare attentati».

Che cosa ne pensa del recente accordo tra Fatah (oganizzazione politica e paramilitare palestinese, facente parte dell’Olp, Organizzazione per la liberazione della Palestina, ndr) e Hamas (Movimento islamico di Resistenza, con sede nella Striscia di Gaza, ndr)?

«Noi palestinesi siamo molto contenti, e questo accordo costringerà Hamas ad essere più moderato. Probabilmente, se Hamas ha acconsentito a sottostare all’Autorità palestinese, è perché si sente meno forte, avendo perso l’appoggio dell’Egitto. Ovviamente, Israele è contrariata, perché significa che i palestinesi sono assieme, sono uniti».

Ed è proprio l’unione tra le Chiese cristiane il tema principale della visita di papa Francesco.

«Certo. L’incontro ecumenico è il culmine di questa visita. Noi abbiamo bisogno dell’unità dei cristiani in questa terra. Non è una questione di numeri, è che vogliamo un’unica festa di Natale, un’unica Pasqua. Speriamo che presto si possa fare».

 

© 2014 Romina Gobbo

da Beit Jala

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

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