Pellegrini con Francesco. La terra è madre. La madre non si vende

Quella di Daoud Nasser è una storia conosciuta, ma è una storia che bisogna continuare a raccontare, perché la sua famiglia continui ad avere un futuro su quella terra che le appartiene dal 1916, acquistata dal nonno, quando la Palestina era ancora sotto l’Impero Ottomano. E lunedì 19 maggio, i bulldozer israeliani sono entrati nella proprietà della famiglia Nasser (conosciuta come Tenda delle Nazioni), una quindicina di chilometri da Betlemme, e hanno distrutto albicocchi, meli e vigne. Per questo, bisogna continuare a parlarne, così come bisogna continuare ad andare lì in visita, a mandare i ragazzi per i campi di lavoro. Perché dove la terra è dissodata, lavorata, là lo Stato israeliano non può fare nulla. E allora, bisogna coltivare. E poi produrre: marmellate, sciroppi. E far assaporare mandorle, olive, uvetta, vino…

Il posto è meraviglioso, non stupisce che “faccia gola» agli israeliani. Sono più di vent’anni che Daoud, il fratello Daher e le rispettive famiglie subiscono continui tentativi di esproprio.

Questa collina di circa 100 acri è circondata da cinque insediamenti israeliani. Controllata a vista da tutti i lati. Torrette di guardia, muri di recinzione e filo spinato rendono un posto incantevole una prigione a cielo aperto. Un luogo ferito, segnato, come lo sono tutti i Territori palestinesi, dove la fattoria Nasser si trova. Non è un segreto che l’obiettivo finale israeliano sia il congiungimento di tutti gli insediamenti. Un unico, soffocante, cordone di cemento attorno ad uno scrigno prezioso. Ce ne sarebbe abbastanza per essere furiosi. “Ho scelto di non rispondere alla violenza con la violenza – mi aveva scritto Daoud in una e-mail -. Rifiuto l’odio e la violenza, sono cristiano e non vedo nell’altro un nemico, ma un essere umano esattamente come me”.

Sono andata alla Tenda delle Nazioni, ma Daoud non c’era, impegnato nella sua attività di diffusione di un messaggio di pace. Ho incontrato suo fratello, Daher. Neppure in lui, nessuna rabbia. «Dobbiamo proporre una visione alternativa, con la quale aprirci agli altri, confrontarci, discutere. In modo pacifico, ma con coraggio».

La parola “coraggio” ritorna spesso. Serve a sopravvivere. Qui il coraggio è reagire alla mancanza di acqua (con le cisterne), di corrente elettrica (con i pannelli solari), al diniego del permesso di costruire (con i tendono sotto i quali dormono i volontari).

Ma coraggio è anche rimanere, diffondere questa storia, accogliere chiunque. Sono tanti i volontari che arrivano da tutte le parti del mondo per conoscere questa realtà e per condividere il sogno di un mondo non violento. “Ci piace aprire spazi di comunicazione e di confronto. Quando due persone si trovano di fronte, possono cominciare a vedersi come esseri umani”.

 

© 2014 Romina Gobbo

dalla Tenda delle Nazioni

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

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