Pellegrini con Francesco. «Lavorare nei Luoghi santi – Un privilegio e una grazia»

Il francescano padre Eugenio Alliata è professore straordinario presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, ed è soprattutto un archeologo di fama internazionale.

«Circa 35 anni fa sono stato inviato a Gerusalemme per studiare la Bibbia nello Studio Biblico Francescano – racconta -. È lì che ho conosciuto gli archeologi dello Studio (Bagatti, Corbo, Loffreda, Piccirillo) e ho cominciato a collaborare con loro. Avendo essi riconosciuto in me qualche dote che poteva servire per questo tipo di lavoro e di studio, dopo la licenza in Teologia Biblica, sono stato inviato al Pontificio istituto di Archeologia cristiana, in Roma, per prepararmi anche in questo campo. Infatti, per lavorare nei luoghi della Terra Santa, è necessario avere esperienza e conoscenza nei due campi. Non per niente ora i titoli del nostro istituto sono stati specificati così dalla competente Congregazione Romana: “Facoltà di Scienze Bibliche e Archeologia”».

Un cristiano (laico o consacrato che sia) che scava nei Luoghi santi si sente coinvolto anche dal punto di vista emozionale? Si sente interpellato nella fede?

«Naturalmente ciascuno partecipa con tutto il suo essere alle esperienze della sua vita e ai compiti che gli vengono affidati. In tutto questo, noi sappiamo che si esprime la volontà divina e il suo progetto di salvezza, che è particolare ed universale, ed è un progetto di amore al quale siamo chiamati anche noi a partecipare, per quanto possiamo, con la sua grazia. Perciò capacità umane e impegno spirituale si fondono nella vita di ciascuno. Poter vivere e lavorare nei Luoghi santi l’ho sempre considerato una fortuna, un privilegio e una grazia. Tuttavia non è questo l’essenziale. Ciascuno è chiamato a servire Dio là dove si trova. Dio è ovunque».

A me piace pensare che quando l’archeologo scava, non ritrova solo un monumento, una chiesa…, ma vive l’incontro con le persone che quella stessa struttura nel passato hanno costruito. Che cosa ne pensa?

«Certo, ha ragione. Nello studio storico tendiamo naturalmente a sentire un legame (che può essere definito non solo di interesse, ma anche di affetto) con l’oggetto della nostra ricerca. Tanto più se sono delle persone, più che delle cose. Cerchiamo di immedesimarci in esse, di comprenderle e di amarle. Cerchiamo anche di imparare da loro qualcosa che serva a noi, uomini d’oggi».

Come procedono i lavori sul monte Nebo (nei testi biblici, è il luogo della morte e della sepoltura di Mosè. Centro di culto e di pellegrinaggio fin dall’antichità, nel 2000 è stato visitato da Giovanni Paolo II e, nel 2009, da Benedetto XVI, confermando e ribadendo la grandissima importanza spirituale di questo luogo, ndr)? E, come ci si sente, a lavorare lì, con lo sguardo alla Terra Santa?

«Durante i lavori di costruzione della nuova struttura protettiva, che servirà anche per le celebrazioni liturgiche e per la preghiera, sono venuti alla luce alcuni importanti nuovi elementi sulla storia del Santuario antico del Memoriale di Mosè. Altri elementi si sono potuti ristudiare in modo più approfondito. In futuro ci sarà probabilmente anche l’occasione di riprendere lo studio del complesso monastico cresciuto attorno al santuario in epoca bizantina e arabo-antica. Occorre anche rinnovare le attrezzature e gli ambienti che permetteranno a professori dello Studio Biblico Francescano di continuare i lavori archeologici anche in seguito. Il monte Nebo, infatti, è stata un po’ la palestra di tutti i nostri archeologi francescani ed esiste un accordo con la Custodia di Terra Santa perché possa continuare ad essere così anche nel futuro».

Nel convento di San Salvatore a Gerusalemme si trova una piccola chicca, una farmacia storica (esisteva almeno dall’anno 1620), con ceramiche anche di provenienza veneta. Ce la racconta?

«Le circostanze particolari in cui si è sviluppata nei secoli l’attività della Custodia di Terra Santa e la responsabilità verso i pellegrini lungo secoli di dominazione islamica e lontananza dal mondo cristiano, ha richiesto la presenza e lo sviluppo di una farmacia ben attrezzata a curare frati e pellegrini a Gerusalemme. Molti medici e farmacisti francescani lungo la storia hanno contribuito, non solo a portare avanti questa istituzione, ma addirittura a renderla famosa nel suo campo. Anche, per esempio, con lo sviluppo del celebre “Balsamo di Gerusalemme”, una medicina composta prevalentemente di principi locali: l’aloe, il pistacchio, il lentisco, il mastice arabico, ecc. A testimonianza di questo sviluppo oggi rimangono nel museo più di 420 vasi di maiolica di origine prevalentemente savonese e veneziana, che sono di per sé stessi già dei prodotti di notevole artigianato. Il loro valore è aumentato dalle testimonianze storiche che portano con sé, riguardanti le vicende storiche che li hanno visti protagonisti: le malattie, le pestilenze, ma anche l’amore e la cura dei protagonisti. A riprova di questa attività medica, nella biblioteca del convento si conserva una nutrita biblioteca medica che risale addirittura al 1400».

Che cosa significa per un uomo del nostro tempo camminare sulle pietre dove ha camminato Gesù?

«Soprattutto oggi noi diamo un’importanza molto grande alle testimonianze concrete di un fatto e di un’esperienza (quella del Cristo), che è stata soprattutto un’esperienza e un dono dello Spirito. Le testimonianze concrete ci aiutano a sottolineare l’aspetto “storico” di questa esperienza. Cioè che è avvenuta in una situazione concreta e ha coinvolto persone concretamente esistenti».

Un pensiero su papa Francesco in arrivo da noi.

«Speriamo che tutto vada bene e che possa fare i passi desiderati sulla via dell’unità dei cristiani».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

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