Pellegrini con Francesco. Sotto la tenda dell’ospitalità

I preparativi per la visita del Papa in Giordania, fervono. Grande è l’impegno dello staff di re Abdallah II, affiancato dalla Chiesa cattolica locale, incaricata in particolare della messa, allo stadio di Amman, e delle visite ai siti cristiani. “Papa Francesco ha molte somiglianze con Giovanni Paolo II. Entrambi hanno voglia di parlare ai giovani ed entrambi si sono posti l’obiettivo di migliorare la Chiesa. E poi tutti e due sono molto popolari”, dice Hanna Sawalha, amministratore delegato di Nebo Tours, compagnia turistica locale. Lo zio, proprietario di un ristorante, ebbe l’onore di avere a pranzo papa Woytila, quando, nel 2000, andò pellegrino in Giordania. Per questo, Hanna è molto contento della recente santificazione.

Papa Francesco arriverà ad Amman, capitale della Giordania, la mattina del 24 maggio. Dall’aeroporto si recherà al Palazzo Reale per incontrare re Abdallah II, e le autorità civili e religiose. Quindi celebrerà la messa nel grande stadio internazionale, dove sono attesi 50mila fedeli. Come sfondo dell’altare, è stata scelta una grande tenda, simbolo della tradizione giordana, ma anche simbolo di ospitalità (il riferimento è alla tenda di Abramo, ndr), quindi segno del desiderio di convivenza pacifica di tutti i popoli del Medio Oriente. 1.400 bambini faranno la Comunione durante la messa. La preparazione alla celebrazione, iniziata quattro mesi fa, ha coinvolto anche i genitori dei bambini, con lezioni di catechismo tenute ogni venerdì da sacerdoti, suore, catechisti e insegnanti di religione. Circa 500 giovani volontari svolgeranno funzioni di assistenza e servizio d’ordine. Nel pomeriggio, il Papa si recherà a Betania, oltre il Giordano, ripetendo, così, il gesto compiuto da papa Paolo VI cinquant’anni fa. In un primo momento sosterà sulla sponda del fiume, pregando in silenzio, poi entrerà nella chiesa del Battesimo di Gesù, dove incontrerà 400 tra malati, profughi siriani e iracheni, e volontari, cristiani e musulmani.

Mr. Sawalha, come vanno le prenotazioni in vista della visita del Papa?

«Sfortunatamente, le prenotazioni sono poche. Credo che le persone siano preoccupate di venire nei giorni della visita del Papa, perché pensano che ci sarà grande folla, troppa gente. Un altro motivo è l’immagine di queste terre. Noi siamo nel mezzo di tutto lo scompiglio che sta travolgendo il Medio Oriente. Perciò le persone sono preoccupate. Noi speriamo che la visita del Papa serva a rendere la Giordania più popolare e che quindi i pellegrini comincino ad arrivare. Speriamo per gli anni a venire. Per esempio, il luogo del battesimo di Gesù, finora non molto frequentato, magari, a seguito della visita del Papa, otterrà nuova visibilità e maggior interesse».

Il vostro è un Paese pieno di profughi: 2,5 milioni di palestinesi (discendenti dai profughi del 1948 e del 1967), 500mila iracheni, 900mila egiziani, più di un milione e 300mila siriani. Più di 5 milioni di stranieri in difficoltà che pesano su una popolazione autoctona di 6 milioni di persone. Com’è la situazione?

«I campi profughi siriani sono affollati, ma bene organizzati: sono seguiti da molte organizzazioni non governative. Il problema è che la Giordania non potrà ospitarli per sempre, perché la nostra situazione economica è difficile e nel nostro Paese non c’è abbastanza acqua per così tante persone in più (la Giordania è il quarto Paese più povero al mondo in fatto di risorse idriche, ndr). E poi, con numeri così alti, si rischia il conflitto sociale. Penso, però, che sia importante che il Papa incontri i rifugiati, per ricordare al mondo che c’è una guerra civile in corso e che molte persone stanno soffrendo. La guerra siriana vede parecchie interferenze da parte di molte nazioni del mondo. Molte persone innocenti muoiono, altre scappano. E arrivano da noi. Questo grava sulle nostre risorse naturali e sulla nostra economia».

 

GIORDANIA. UNA COMUNITA’ CRISTIANA PICCOLA, MA IN CRESCITA

La Giordania è un Paese a maggioranza musulmana, dove i cristiani sono il 2,8%, ovvero 220mila (di cui, la metà ortodossi; dell’altra metà, circa l’80% sono cattolici di rito latino, poi ci sono alcune decine di fedeli melchiti), su poco più di 6 milioni di abitanti. La comunità cristiana è piccola, ma in crescita: negli anni ’20, i cristiano erano 15mila; negli anni ’50, sono diventati 150mila; oggi sono, appunto, 220mila. L’unico seminario per i sacerdoti diocesani è quello di Beit Jala, in Palestina; dei 32 seminaristi che oggi lo frequentano, l’80% arriva dalla Giordania. Ci sono 25 tra gruppi e movimenti, pertanto è stato istituito un Consiglio dei laici, del quale fanno parte neocatecumenali, focolarini, Comunione e liberazione, Scout, Azione Cattolica, la Caritas, diretta da Wael Suleiman. Quest’ultima è da 46 anni il braccio operativo della Chiesa cattolica di Giordania, e si è sempre occupata di profughi: nel ’67 arrivarono i palestinesi, nell’82 i libanesi, nel ’91 gli iracheni, nel 2011, i siriani. La Caritas è diffusa capillarmente su tutto il territorio nazionale, con decine di centri e centinaia di operatori. Nel 2013, ha fornito oltre 300mila interventi di aiuto, di cui almeno 155mila a favore di rifugiati siriani. In Giordania i cristiani hanno libertà di culto, ma non una vera e propria libertà religiosa. Il dialogo con l’Islam si articola su tre aspetti: c’è un dialogo di vita – soprattutto nelle scuole, dove cristiani e musulmani studiano insieme -, un dialogo intellettuale – quello delle conferenze e degli studiosi -, e un dialogo spirituale e della preghiera.

 

© 2014  Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

 

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