Pellegrini con Francesco. Zeit, Malek, Hanin… Il diritto di esprimersi

«Ogni madre ha diritto di sentirsi chiamare mamma». E Hanan, Doah, Mariane, Malek, Qusei, Hanin, Zeit, Bashar, Ahamd… hanno diritto di imparare ad esprimersi. «Se il bambino riesce ad articolare qualche suono, è giusto incoraggiarlo». Forte di questa convinzione, suor Piera Carpenedo, direttrice dell’Istituto “Effetà Paolo VI” di Betlemme, tira dritta per la sua strada. Perché, se c’è chi definisce un miracolo l’Istituto per la rieducazione audiofonetica dei bambini audiolesi, voluto da Paolo VI, nella sua visita in Terra Santa del 1964 (e sostenuto dal Patriarcato Latino di Gerusalemme con la Cnewa, Catholic Near East Welfare Association, tramite la Missione Pontificia per la Palestina, ndr), c’è anche chi mostra qualche perplessità su questo metodo di insegnamento, considerato troppo pesante, in fondo per i sordi c’è la “lingua dei segni”».

Ma i risultati danno ragione a suor Piera. E quest’anno, per la prima volta, un gruppo di studenti dell’Effetà (gestito dalla Congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, di Vicenza) darà gli esami di maturità. “Sono già stati visionati da un’équipe della Direzione didattica, che ha verificato che sono solamente sordi, mentre dal punto di vista linguistico, hanno buona capacità di comprensione e comunicazione”.

La scuola superiore è un’acquisizione recente, mentre funzionano da più tempo le medie, le elementari e la materna. I bambini qui arrivano già ad un anno e vi restano fino ai 18. Attualmente, ci sono in tutto 170 ragazzi, seguiti da 34 docenti a tempo pieno, 7 suore, oltre a personale specializzato (assistente sociale, consulente pedagogico e audiologico, logopediste…). A seconda dell’età e del livello di disabilità, cambia l’approccio. «Abbiamo un’insegnante abilitata per i bambini fino ai tre anni. È una persona che riesce a prendere in braccio i bambini degli altri, e non è sempre scontato. Quando sono piccoli piccoli, l’approccio ovviamente è con il gioco – palle, bambole, fischietti, palloncini, qui c’è di tutto -, ma anche con gli adulti e con un ambiente estraneo alla famiglia. A volte, invitiamo le madri a stare a scuola tutto il giorno con i loro figli: partecipano alle attività scolastiche e possono così rendersi meglio conto delle difficoltà di apprendimento dei loro bambini. È interessante, anche se più difficoltoso per le insegnanti, che invece di avere 12 studenti, ne hanno 24, e poi, quando un bambino ha la mamma vicino, non è più lo stesso».

Suor Piera, i genitori come si rapportano con i loro figli?

«Noi lavoriamo con le madri affinché imparino a considerare il figlio ‘normale’ con un problema. Certo, per loro non è facile; vogliono sapere se avranno altri figli sordi. Sono donne che soffrono, ma non lo danno a vedere, perché dicono che tutto viene da Dio  (in arabo: min Allah – [questo] viene da Dio). Devono fare il passo: da subire il figlio, ad accettarlo. E cominciano ad accettarlo, quando il figlio comincia a parlare, a dire “mamma”, allora si commuovono, I padri sono meno presenti, ma in famiglia comandano loro. Nessuna madre prende una decisione senza prima aver detto: “Chiedo a mio marito”. Sono tutte donne giovani, la più vecchia ha 48 anni, e la maggior parte non sono istruite. Il venerdì è dedicato alla loro formazione. Quest’anno, abbiamo invitato un avvocato, per istruirle sui diritti delle donne».

C’è un rapporto anche con il contesto di vita dei bambini?

«La nostra è una scuola, perciò i bambini stanno qui al mattino (dal lunedì al venerdì, dalle 8 all’una e mezza), al pomeriggio tornano nelle loro famiglie (a parte una ventina che sono a convitto perché abitano lontano, ndr). Spesso, nei loro villaggi, vivono problemi relazionali. Si sono verificati anche episodi di bullismo da parte degli altri ragazzi, oppure le madri si sono sentite stigmatizzate per il fatto di avere un figlio sordo. Due nostre assistenti sociali sono andate nel loro habitat, proprio per avere un confronto, e hanno organizzato riunioni allagate con i vicini di casa. Una cinquantina dei nostri ragazzi viene da Betlemme, ma la maggior parte arriva dalle zone rurali di Hebron, Ramallah, Gerico, con situazioni di grande povertà materiale e mentale».

In Palestina, il 3% della popolazione ha problemi di udito. In alcuni villaggi, particolarmente isolati, la percentuale sale al 15% degli abitanti, classificandosi tra le più alte al mondo.

«Qui, la diffusione della sordità è quasi completamente da imputarsi all’eredità genetica; stiamo parlando di un Paese dove il 40% dei matrimoni è combinato, all’interno della famiglia allargata, o tra primi cugini, per mantenere integro il patrimonio. Molte famiglie hanno più di un figlio sordo, abbiamo una ventina di fratelli, anche quattro della stessa famiglia. C’è una madre con nove figli, di cui cinque sordi. Ce n’è un’altra che ha tre bambine,tutte sorde, e il marito vuole il maschio. Abbiamo fatto lezioni con una genetista musulmana che ha cercato di spiegare alle madri che non devono far sposare le loro figlie ai cugini, sta scritto anche nel Corano. Però non è facile. Sono fataliste, rischiano e dicono: “Ci penserà Dio”».

Come gestite il vostro essere cristiane con bambini e famiglie musulmane?

«Abbiamo tutti musulmani, solo un bambino cristiano. Non guardiamo la religione, guardiamo l’handicap. Chiediamo, però, ai genitori il rispetto per le nostre regole; loro sottoscrivono un contratto, con il quale accettano le attività della scuola, osservano il calendario scolastico. C’è una nostra ex alunna, che insegna Corano. Lei non porta il velo, va a battesimi, cresime, prime comunioni, delle colleghe. Noi non facciamo proselitismo, c’è molto rispetto reciproco. I genitori conoscono i nostri orari di preghiera, e non ci disturbano».

«Cerchiamo di comunicare valori universali come il rispetto, la pace, la riconciliazione, e anche il perdono», aggiunge suor Rania Khoury, superiora della comunità.

Con il muro come va?

«Il muro impedisce la libertà di movimento. Anche se comunemente non c’è bisogno di andare tutti i giorni a Gerusalemme, il fatto di sapere che qualcosa ti blocca, ti mette a disagio. E poi i nostri bambini hanno bisogno di vedere, per poter dare un nome a ciascun elemento dell’ambiente. Il mare, per esempio, basta andare a Tel Aviv, un’ora di strada; lo zoo è vicino, appena oltre il muro. Ma non si può andare senza permesso. A volte lo danno, altre no, oppure lo danno ai bambini, ma non alle insegnanti, a qualche mamma sì, ad altre no, e così via. E anche quando ti danno l’ok, i soldati fermano l’autobus, entrano con i mitra, spaventano i bambini».

Come vi ponete rispetto alla visita di papa Francesco?

«I bambini stanno preparando un album da disegno da consegnare al Papa. Passerà davanti alla nostra scuola e ci hanno detto che si fermerà. Speriamo».

I ragazzi sognano in grande: Alì mi ha detto che vuole diventare pilota di aereo.

«E noi li lasciamo sognare, perché il sogno per loro è uno stimolo a raggiungere la meta».

 

© 2014 Romina Gobbo

da Betlemme

pubblicato su La Voce dei Berici – speciale Pellegrini con Francesco – domenica 25 maggio 2014

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