Con il cuore in Cameroun

 

«Lo sforzo è quello di leggere la mano di Dio anche là dove non si capisce che cosa succede, anche là dove le cose sembrano andare al contrario di quello che noi pensiamo essere bene». La prima omelia di don Maurizio Bolzon, rientrato dal Cameroun, scioglie la tensione di mesi passati nell’angoscia della sorte di don Giampaolo Marta, don Gianantonio Allegri e suor Gilberte Bussière. Atterrato a Venezia, assieme a don Leopoldo Rossi, martedì 3 giugno, nel primo pomeriggio, don Maurizio ha chiesto di celebrare la messa delle 18.30 nella parrocchiale di Novale. «Per ringraziare il Signore». È stanco ma felice, mentre dal divano di casa sua mi racconta questi due mesi trascorsi nell’attesa. «Perché non sapevamo davvero nulla».

Quali emozioni hai provato vedendo don Giampaolo, don Gianantonio e suor Gilberte scendere dall’aereo all’aeroporto di Yaoundé?

«In un primo momento, sembrava che non ci permettessero neppure di incontrarli. Poi, invece, ci hanno lasciato andare da loro. Lì sulla pista.Pochissimo tempo. Non c’è stata la possibilità di dirci nulla. Ci siamo abbracciati. Quel gesto ha riassunto tutte le parole non dette di questi mesi. Il calore dell’abbraccio non lo perdi più».

Un abbraccio tra fratelli.

«Non abbiamo mai usato tanto la parola “fratelli” come in questo periodo. Lavorare insieme in terra di missione ti avvicina, ti lega, ma solo dopo questo evento tragico, ci siamo resi conto di quanto amiamo Giampaolo, Gianantonio e Gilberte come fratelli».

Quattro giorni prima del sequestro, il governatore aveva chiesto a don Maurizio e don Leopoldo di lasciare Loulou perché c’era sentore di pericolo per la missione.

«Siamo andati a Maroua, accolti dalle suore della Divina Volontà. La sera è venuto a cena anche don Gia- nantonio, mentre don Giampaolo è rimasto a Tchéré. Ci diceva: “Se a noi non hanno detto di venir via, è probabilmente perché la nostra missione è più sicura, più vicina alla città”. Tuttavia, non eravamo molto tranquilli, così ci siamo accordati che all’indomani saremmo andati noi a Tchéré per parlarne».

Ma nella notte è avvenuto il rapimento. Da quel momento la vita di don Maurizio e don Leopoldo è cambiata. E così quella dei vari sacerdoti e operatori umanitari pre- senti nella zona. “Tutti a Maroua”, ha invitato il governatore. Fuori dalla città, spostamenti solo sotto scorta, una scorta messa a disposizione dal governo.

«Siamo rimasti a dormire dalle suore per tre settimane. Di giorno, sempre scortati, io andavo a Tchéré, Leo a Loulou, per dare continuità alla vita pastorale. Il 2 maggio, siamo rientrati a dormire a Loulou, e sono venuti a vivere stabilmente con noi cinque uomini armati di mitra, della Brigata di Intervento Rapido».

Intuisco la difficoltà di don Maurizio – pacifista convinto -, nel gestire le giornate controllato a vista da guardie armate. Ed ecco il secondo cambiamento, nella vita di don Maurizio e don Leopoldo, preludio di una situazione che sta precipitando. Un’impresa edile cinese viene attaccata da Boko Haram. L’assalto avviene nei pressi della cittadina di Wasa, a 20 chilometri dal confine nigeriano, vicino alla foresta di Samisa, considerata una roccaforte del gruppo estremista islamista (si tratta della stessa area dove il mese scorso erano state rapite più di 200 studentesse nigeriane, ndr). Lo scontro a fuoco, tra i fondamentalisti e i soldati camerunesi dura tre ore. Un operaio cinese muore, altri – forse una decina – vengono rapiti. È la goccia che fa traboccare il vaso.

«Capiamo che, davanti a un assalto di questo genere, la nostra scorta non avrebbe potuto nulla. È allora che il Vescovo Pizziol ci chiede di allontanarci. Ci trasferiamo nella capitale Yaoundé (800 chilometri a sud), accolti dai Saveriani e lì, all’alba di domenica mattina, è arrivata la notizia della liberazione».

Don Maurizio (il cui servizio come fidei donum in Cameroun dovrebbe concludersi a fine 2015, ndr), spera in una svolta positiva, grazie all’interessamento internazionale. Il 17 maggio, infatti, su richiesta del presidente nigeriano Goodluck Jonathan, ad un mese dal rapimento delle studentesse, a Parigi si è tenuto un vertice tra i capi di stato africani (Cameroun, Niger, Ciad, Benin) e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e dell’Unione Europea, proprio per stabilire una strategia contro Boko Haram. «Il cuore mio è là. Il desiderio è di poter tornare in missione. Però, poi ci dovrà essere il discernimento ecclesiale. Attualmente, la cura pastorale delle due nostre parrocchie è affidata alla Chiesa locale, ma è una presa in carico – tengo a sottolinearlo – provvisoria. Come Chiesa vicentina dobbiamo valutare qual è la cosa migliore, per il bene dei preti e della popolazione camerunese. Se la presenza dei bianchi è di aiuto, oppure no».

A proposito della popolazione, come hanno vissuto questi due mesi i fedeli?

«Con grande ansia. Tut- ti, uomini, donne e bambini, di Tchéré, erano come pecore senza pastore. Per quanto riguarda Loulou, temono che possiamo lasciarli. Sanno che nell’area c’è pericolo e quindi hanno paura che ce ne andiamo».

E tu come vivi questa lontananza forzata da Loulou per problemi di sicurezza?

«Con il cuore di un missionario che ha lasciato là sé stesso».

 

 

© 2014  Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 8 giugno 2014

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