Quel pezzo d’Africa ad alto tasso di jihadisti

«È qualcosa di più grande di noi». Le parole di don Maurizio Bolzon, nel periodo di attesa dellaliberazione di don Giampaolo Marta, don Gianantonio Allegri e suor Gilberte Bussiére, mi risuonano in testa, mentre ascolto Marco Massoni, segretario generale Institute for Global Studies (IGS), che spiega: «L’Africa sub-sahariana è una zona ad alta intensità per la presenza, tanto di gruppi fondamentalisti locali, che di attori esterni. Perché lì, si incontrano la conflittualità finora localizzata nel Corno d’Africa prima, e nel Mali, poi, con quella della regione dei Grandi Laghi. Ne risulta una miscela esplosiva che coinvolge Nigeria, Repubblica Centrafricana, Sudan, Sud Sudan e Camerun. Quest’ultimo è uno dei Paesi a non aver mai subito un colpo di Stato o un rovesciamento violento del potere nell’ultima decina d’anni. Tuttavia, una costellazione di milizie jihadiste ne sfrutta da tempo le regioni settentrionali».

Insomma, il rapimento dei preti vicentini e della suora canadese va annoverato nell’ambito di una situazione fortemente complessa, che vede intrecciarsi interessi economici e politico-strategici. «In quell’area tutti sono presenti: francesi, tedeschi, americani, Paesi Arabi, Israele», continua Massoni. «Si creano e si disfano alleanze per cercare di arginare le mire espansionistiche della Cina, che non è ancora aggressiva militarmente, ma che è verosimile possa diventarlo. Si armano e si foraggiano gruppi di miliziani locali, così si combattono quelle che vengono definite guerre per procura. Questo avviene per lo più su grosse fette di territorio, fuori portata rispetto ai governi centrali, che in Africa sono per lo più governi fantoccio. Questa opposizione, del tutto artificiale, fa comodo agli attori esterni di cui sopra, interessati al controllo delle risorse naturali, uranio in primo luogo, oltre che petrolio, diamanti, oro, ferro, rame».

Su questo si innestano rivendicazioni autonomiste, pance vuote e scontri confessionali. Anche se, per quanto riguarda il rapimento dei vicentini, sembra che l’elemento religioso sia estraneo alla vicenda, come ha tenuto a precisare don Marta: «All’inizio neppure sapevano che eravamo preti, pensavano fossimo sposati. Ci hanno rapiti perché stranieri». A gettare acqua sul fuoco dello scontro confessionale è anche il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, arcivescovo di Abuya.

«Mi preoccupa», riprende Massoni, «che, negli ultimi dieci anni, ci sia una tendenza generale a conferire un valore confessionale, di fatto fittizio e posticcio, di scontro tra religioni, in aree che prima non conoscevano questi problemi e dove la convivenza era la norma. È evidente che impoverimento ed endemica arretratezza, dovuta alla mancata diffusione della ricchezza nazionale, rappresentano aspetti su cui si può far leva. L’Africa fa sempre più gola e, di conseguenza, qualsiasi scusa è buona per creare scompiglio».

Il 19 febbraio 2013, durante un safari, in un parco del Nord del Cameroun, vengono rapiti Tanguy Fournier, dipendente della società estrattiva “Gdf Suez”, la moglie, i tre figli e uno zio; vengono liberati ad aprile. Nella notte fra il 13 e il 14 novembre 2013, nella città di Koza, al confine con la Nigeria, viene rapito padre Georges Vandenbeusch, poi rilasciato il 31 dicembre. Per la famiglia Fournier e per il sacerdote, Boko Haram rivendica il rapimento. Avviene anche per le 270 ragazze nigeriane, rapite, nella notte tra il 14 e il 15 aprile, dalla loro scuola di Chibok, in Nigeria, eper i dieci cinesi prelevati dalla fabbrica edile dove lavoravano, assaltata con un conflitto a fuoco, nei pressi della cittadina camerunese di Wasa, a 20 chilometri dal confine nigeriano, vicino alla foresta di Samisa, considerata una roccaforte di Boko Haram.

Il nome del gruppo islamista nigeriano è apparso sulla stampa anche dopo il rapimento dei preti vicentini e della suora canadese, ma una rivendicazione in tal senso non c’è mai stata. Uno dei rapitori lo ha nominato, ha detto don Marta, poi un altro ha parlato di far riferimento a un imam locale con l’obiettivo della jihad.

Quindi, l’ipotesi più accreditata resta, non il coinvolgimento diretto di Boko Haram, bensì l’azione di un gruppo di miliziani locali in qualche modo collegato con la sigla più famosa.

Di scontro in atto fra almeno due bande locali aveva scritto suor Gilberte in una mail inviata alla sua congregazione (Notre Dame de Montreal) sei ore prima del rapimento. Infatti, Boko Haram, che gli analisti dicono avere legami con sigli jihadiste, ha generato negli anni una rete di cellule e formazioni combattenti.

Fondato in Nigeria nel 2002 dall’imam Mohammed Yusuf, Boko Haram intende «portare la legge islamica radicale in tutto il contesto musulmano», spiega il professor Gian Paolo Calchi Novati, esperto di politica africana. Questo lo ha portato a continui assalti contro obiettivi governativi e siti cristiani.

Il presidente Goodluck Jonathan è un cristiano, e la sua presidenza viene contestataperché, nel 2010, da vicepresidente divenne Capo della Repubblica Federale nigeriana, senza passare attraverso un’elezione, bensì in seguito alla morte dell’eletto presidente Umaru Yar’Adua, di religione musulmana. Poi, nel 2011, Goodluck si è presentato alle presidenziali. E la sua elezione ha scompaginato l’accordo su cui si regge il Paese, ovvero la rotazione, all’interno del partito di governo, tra i rappresentanti del Nord (musulmano) e quelli del Sud (cristiano). Data l’instabilità del Paese, un forte flusso di profughi ha iniziato a sconfinare in Camerun, proprio nella provincia dell’estremo Nord dove si trovano le parrocchie rette dalla Diocesi di Vicenza.

Da tempo, gli inquirenti camerunesi denunciavano infiltrazioni terroristiche, ed effettivamente elementi legati a Boko Haram hanno avviato una campagna di terrore fra i monti Mandarà. Si tratta di una zona di frontiera, impervia, difficile da raggiungere, lontana 800 chilometri dalla capitale Yaoundé. Insomma, una zona fuori dal controllo governativo. I confini africani, tracciati col righello dalle potenze colonizzatrici, sono sempre stati porosi.

E lì, nell’Estremo nord del Camerun, i traffici proliferano. Taglieggiamenti, rapimenti, transito di droga, in arrivo dalla Guinea (che a sua volta riceve da oltreoceano, dall’America Latina), e diretti nel Nord Africa, e da lì in Europa e Asia. Soprattutto i rapimenti hanno evidenziato la pericolosità dell’area. Spostarsi fuori dal capoluogo di regione, Maroua, non è più possibile senza la scorta.

Il 17 maggio, su richiesta del presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, a Parigi si è tenuto un vertice fra i capi di Stato africani (oltre alla Nigeria, Camerun, Niger, Ciad, Benin) e i rappresentanti di Stati Uniti, Gran Bretagna e dell’Unione Europea, proprio per stabilire una strategia comune contro Boko Haram. E, se i politici fanno i politici, i religiosi fanno i religiosi. I vescovi della Nigeria propongono un’iniziativa di preghiera nazionale, da luglio a dicembre, per riportare la pace nel Paese e per il rilascio di tutte le persone rapite.

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 23 giugno 2014

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/quel-pezzo-dafrica-ad-alto-tasso-di-jihadisti.aspx

 

 

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