Vincere la paura e farsi testare per sopravvivere

I media ne parlano, è emergenza. I media non ne parlano più, problema risolto.
In realtà, dall’inizio di aprile, quando, nell’ospedale di Gueckédou, nel sud della Guinea, è morto un infermiere, l’epidemia di ebola non si è mai fermata, battendo tutti i record di durata e gravità. È dal 1976 che l’Africa porta nel cuore il virus ebola. Che, di tanto in tanto, emerge. Questa volta in Guinea, Sierra Leone, Liberia, tre Paesi finora mai toccati dalla malattia. Dall’inizio dell’epidemia, casi di ebola sono stati registrati in più di 60 località dei tre Paesi coinvolti, per un totale di 528 casi registrati, con 337 decessi (dati Organizzazione mondiale della sanità). L’ebola è la più letale tra le malattie infettive, con un indice di contagiosità elevato.
L’epidemia in corso sta mettendo a dura prova la capacità di azione delle squadre di soccorso di Medici senza Frontiere, l’unica Ong italiana attrezzata per trattare questa malattia. Croce Rossa e Caritas insieme alle autorità locali, si occupano del contenimento e della prevenzione. «La situazione epidemica non ha precedenti. In alcune zone del Paese siamo riusciti a contenere l’epidemia, con livelli di mortalità del 25%. Un ottimo risultato visto che stiamo parlando di una malattia (sottotipo Zaire) che normalmente registra un tasso di mortalità del 90 per cento. Ma l’emergenza andrà avanti ancora almeno fino a settembre».
A dirlo è il dottor Saverio Bellizzi, appena rientrato dalla Guinea, che dal 2008 lavora con Msf, e che considera questa esperienza «la migliore che un epidemiologo possa fare».

Come agite in presenza di un potenziale malato?

«La persona diventa contagiosa quando sviluppa i sintomi. A quel punto, viene testata e, se risulta positiva, isolata. Ma per i 21 giorni successivi, teniamo monitorati anche tutti coloro che sono venuti a contatto con lei».

Quali sono i sintomi? 

«Febbre, anche non altissima, diarrea, vomito, problemi gastrointestinali, cefalea, affaticamento e, talvolta, emorragie: esattamente gli stessi sintomi della malaria – che, peraltro è nel suo punto di picco in questo periodo, visto che è iniziata la stagione delle piogge – e di altre febbri virali. Da qui la difficoltà di individuare l’ebola, peraltro spesso in comorbilità con altre patologie».

Cura non c’è. Che cosa si può fare? 

«Non c’è una terapia specifica, non esiste un antivirale. Perciò, il nostro obiettivo è accelerare l’estinzione della malattia e diminuire il più possibile il numero di morti. La guarigione, di fatto, dipende dal paziente, da quanto è forte il suo organismo. Noi possiamo somministrare antipiretici, antidolorifici, terapie idratanti, antibiotici se c’è comorbilità, porre attenzione alla nutrizione. Tutto questo per rendere il corpo più forte. In genere, sono i bambini, gli anziani e le donne in gravidanza i più a rischio. Tuttavia, i primi che abbiamo salvato erano due bambini di 4 e 9 anni e
due signore di 70 anni».

Come succede che ad un certo punto si scatena l’epidemia?

«Il virus alberga in una specie di pipistrelli, che vive nella foresta tropicale africana. Essi non si ammalano, ma, se una persona viene a contatto con questi animali, perché magari li mangia, oppure con scimmie che a loro volta sono state a contatto con i pipistrelli, avviene il contagio. Dopo di che, da uomo a uomo, la trasmissione avviene attraverso i fluidi corporei, come sangue o saliva, anche quando la persona è defunta». Per esempio, in Guinea si usa lavare i cadaveri, toccarli, per l’ultimo saluto, ed è proprio lì che il rischio si fa elevato.

«Una delle prime misure di salute pubblica – conclude il dottor Bellizzi -, è il divieto di mangiare carne di animali che vivono nella foresta. Bisogna spingere la popolazione ad avere molta cura nell’igiene propria e dei cibi. E poi è necessario che chi avverte i sintomi della febbre, venga a farsi testare. Serve, pertanto, la collaborazione delle autorità locali, al fine di sensibilizzare la popolazione, attraverso i capi villaggio, gli imam, i nostri health promoter. Bisogna identificare e formare le persone che hanno un’autorevolezza all’interno delle comunità, per un’attività di prevenzione atta a limitare la diffusione del virus».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 6 luglio 2014

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