Intervista. Thierry Parmentier – Aperti alla danza aperti alla vita

Nei suoi costumi predomina il rosso. Il colore della vita, ma anche del sipario. Perché ha trascorso la vita in teatro. Si definisce “danzattore, coreografo, costumista”.
È Thierry Parmentier, origine belga, professione ballerino girovago, con l’hobby del “sociale”, di approdo a Caldogno.
È l’amore per l’altro che lo porta, negli anni Novanta, a realizzare spettacoli per raccogliere fondi per la ricerca sull’Aids, diventando volontario dell’associazione “Casa Marcoaldi” di Vicenza. Negli anni 2000-2005, trascorre vari mesi in Guatemala, presso l’ospizio di San José di San Lucas Zacatapequez, in aiuto ai piccoli colpiti dall’Aids.
Ma il tempo scorre e le emergenze cambiano. Per i malati di Hiv si comincia ad usare gli antiretrovirali. Thierry trasferisce la creatività della sua danza al servizio dei tossicodipendenti. Stavolta non è lui ad esibirsi per raccogliere fondi. Stavolta, si tratta di tentare un “recupero alternativo”. «È difficile perché il tossicodipendente tende a manipolarti, è l’effetto delle sostanze stupefacenti. Tuttavia, ricordo che durante quell’esperienza, i ragazzi sentivano di aver bisogno di aiuto, infatti mi dicevano “non sento di avere la vita nelle mie mani”. Con loro preferivo puntare sul movimento corporeo e sulle tecniche di rilassamento».
Come “esperto di movimento creativo del corpo“, dal 2006 Parmentier entra nelle scuole materne ed elementari (Dueville, Sandrigo, Rettorgole, Povolaro, Vicenza, Caldogno…), nei diurni per disabili e nei centri di salute mentale. L’esperienza di Lonigo è illuminante. Un bel progetto dell’Ulss 5 Ovest Vicentino, con il sostegno dell’Associazione diritti del malato. Al gruppetto di una ventina di persone, dai 25 anni in su, Parmentier insegna a “danzare la vita”.

«Si tratta di un gruppo misto. Ci sono sia persone psicotiche – che afferiscono al centro – sia esterni, con la voglia di provare questa esperienza. La spontaneità di chi è nel disagio è molto diversa da quella di chi ha un bagaglio diciamo “normale”, ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa».

Danza, meditazione, mimo, ascolto. È questo il tuo modo di lavorare?

«Sì, ci metto dentro un po’ di tutto. E funziona, altrimenti, soprattutto gli esterni, non tornerebbero. Invece, mi dicono che ricevono beneficio».

E chi ha problemi mentali?

«Lì è più delicato. Ci sono anche persone che sono state rinchiuse per anni. Quindi, in preda all’ansia, all’angoscia. Non riescono a incontrare l’altro, figuriamoci quando si tratta di farli recitare davanti ad un pubblico. In realtà, lavorando con pazienza, insegnando loro ad amare il loro corpo, ad esprimere le loro emozioni, un po’ alla volta le paure si attutiscono. E succede che lo spettacolo diventi per loro importante, che sia proprio lo stimolo a fare passi in avanti. Dopo la “prima volta”, la seconda sono loro a richiederla. Quel “mostrarsi” che prima li intimoriva, diventa poi facile».

Che cosa fai esattamente?

«Lavoro soprattutto sul movimento, sul muoversi insieme, quindi sull’armonia di gruppo. Poi, insegno anche un po’ di meditazione. Cose semplici. A loro serve rilassarsi, porsi in ascolto di sé stessi, dei propri bisogni, ma anche degli altri. Io li guido nel percorso, in modo che pro- vino ad allontanarsi dai loro pensieri, che spesso sono confusi. Così facendo, vado a toccare corde nuove, e le emozioni fluttuano. È lì che avvengono tanti sblocchi. A quel punto, sono loro stessi ad aver voglia di parlare, di raccontarmi come si sentono. Anche il tempo è importante. Non dev’essere troppo lungo, altrimenti non ce la fanno. Ci incontriamo per un’oretta una volta a settimana, ed è impor- tante per loro, perché è un appuntamento fisso. È la regolarità con la quale si devono confrontare».

Tu come ti senti in questa attività, chiamiamola di “danzaterapia”?

«Per me è come una missione. Mi fa piacere vedere che si verifica un cambiamento. Con loro, io mi racconto perché penso che aprirsi, mettersi al loro livello, faciliti l’empatia. “Non ti dico questo perché sono l’insegnante, ma perché l’ho vissuto, l’ho sperimentato”, è allora che le barriere si infrangono. Ed è allora che la danza diventa davvero mezzo di comunicazione, e non è più una frase fatta».

I tuoi spettacoli trattano temi sociali, ma sempre con una punta di ironia.

«Se non riesci a sorridere di te, non va bene. Insomma, essere serio non è serio. L’umorismo è importante, il messaggio può stare anche un po’ nascosto, tanto – se c’è – arriva».

E poi ci sono i tuoi costumi, particolarissimi.

«I costumi sono stati la mia passione fin da piccolo. Mi sono comprato una macchina da cucire, e li realizzo io. Ma c’è anche un altro motivo. Una volta, a Parigi, per uno spettacolo importante, i costumi arrivarono all’ultimo momento; eravamo preoccupatissimi. Lì ho capito che i costumi vanno pensati prima della coreografia, perché il loro compito è dar valore al movimento».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 13 luglio 2014

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