Iraq. Il califfo appoggiato dagli oppositori di al-Maliki

Com’è possibile che poche migliaia di combattenti, in un tempo breve, siano riusciti a controllare così tanto territorio, fino a conquistare Mosul, seconda città irachena, e ad insidiare la capitale Baghdad, oltre che ad appropriarsi di alcuni dei principali siti petroliferi del Paese, arrivando ad instaurare un califfato? Una delle risposte è l’alleanza tra frange armate dell’opposizione sunnita (anche le più laiche, come gli ex Baathisti fedeli a Saddam) e i fondamentalisti dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante), in funzione anti al-Maliki.

Il premier sciita, infatti, dopo aver schiacciato nel sangue le rivolte arabe del 2011, si è posto come un nuovo dittatore, assommando su di sé anche le cariche di Ministro degli Interni, Capo delle Forze Armate e dei Servizi Segreti. Egli, inoltre – secondo i rapporti di Amnesty Internationale e Human Rights Watch -, applica la pena di morte e la tortura contro i nemici politici. A 11 anni dalla guerra che doveva esportare la democrazia a stelle e strisce, un altro regime ha sostituito il precedente. Alle elezioni dello scorso aprile (le prime dal ritiro delle truppe statunitensi nel 2011), al-Maliki è stato rieletto con maggioranza relativa al terzo mandato, basando la sua campagna elettorale sulla lotta al terrorismo (da gennaio ad aprile ci sono stati oltre 2.700 morti in attentati). Ma la sua ricerca di alleati si è scontrata con l’accusa da parte dei partiti rivali di avere monopolizzato il potere.

L’ingresso dell’Isis nel Paese e la presa di Mosul, probabilmente, si inseriscono in questo quadro di insoddisfazione. Va detto che la fortuna del califfato risiede nel fatto che esso non porta il caos, anzi, propone un modello di stato alternativo, dove gli uffici, i tribunali, gli apparati di polizia e le strutture scolastiche funzionano, anche se – naturalmente – secondo la legge islamica. Inoltre, questo è stato salutato da una parte della popolazione come una possibilità di rivalsa dopo anni di dominio sciita (dalla caduta di Saddam, gli sciiti non hanno lasciato spazio sufficiente ai sunniti che in Iraq rappresentano il 40% della popolazione). E, infatti, dopo la caduta di Mosul, in alcune città, si sono viste scene di gioia.

Il risultato è stato la fuga dei cristiani, perché con il califfato è arrivata la legge islamica radicale. «Come previsto dalla shari’a – spiega un prete locale (che tuteliamo con l’anonimato) -, ai cristiani sono state date tre alternative: convertirsi all’Islam, pagare la jizya (tassa imposta dal Corano ai non- musulmani), o affrontare la spada, ovvero la decapitazione. Inoltre, viene loro chiesto di contribuire al jihad (nel significato di “guerra santa”), offrendo le loro figlie non sposate ai miliziani del califfo. Per essere ben sicuri degli obiettivi, gli jihadisti hanno marcato le porte di tutte le case cristiane con la lettera “N” (nun), l’iniziale della parola Nazarei, con la quale il Corano si riferisce ai cristiani, anche se i cristiani d’Oriente rifiutano tale appellativo, e si dichiarano semplice- mente cristiani».

Il mondo non sembra occuparsi molto dei cristiani d’Oriente.

«In realtà, in questo periodo, il mondo sta guardando con preoccupazione alla situazione dei cristiani iracheni. Nel corso degli anni, soprattutto nel periodo dopo la liberazione del regime di Saddam, i cristiani sono sempre stati il bersaglio preferito dei politici iracheni e degli islamici. Buona parte del- la popolazione musulmana ha appoggiato l’arrivo dell’Isis, preferendo una vita secondo la prassi islamica, e molti sono stati a guardare le persecuzioni dei cristiani, nonostante a Mosul da tantissimi anni vivessero insieme. Ci sono stati, però, dei casi in cui alcune famiglie musulmane hanno aiutato i cristiani a fuggire, anche procurando loro i documenti necessari».

Che cosa vuole Abu Bakr al Baghdadi?

«Tutti i musulmani del mondo devono seguire e appoggiare que- sto capo dell’Islam, denominatosi califfo; questo per difendere la causa dell’Islam, ovvero liberare il mondo islamico dagli “infedeli”. Quindi, pare che lo scopo finale sia svuotare il Medio Oriente dai cristiani, e sono cifre enormi quelle dei nostri fratelli che chiedono asilo in Turchia, Giordania e Libano».

E il governo?

«In mezzo a tutto questo disastro il governo iracheno quasi non fa niente. Come possiamo interpretare questo silenzio? È d’accordo con le persecuzioni? D’altro canto, possiamo invece ringraziare il governo del Kurdistan iracheno e i suoi soldati che hanno difeso con il loro sangue i villaggi cristiani della piana di Ninive e dobbiamo ringraziare anche per l’appoggio la Chiesa in Europa e nel mondo, e soprattutto papa Francesco per le sue parole».

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 3 agosto 2014

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