“Guerra, caldo, isolamento: ma è casa mia”

La vicinanza agli ultimi è una questione di famiglia. Giovanni Dall’Oglio, romano, 57 anni, è fratello di padre Paolo, il gesuita scomparso in Siria un anno fa. E, come il fratello, anche Giovanni lotta contro le ingiustizie e contro le disuguaglianze. La sua è una ‘militanza’ in seno all’associazione Cuamm-Medici con l’Africa. La onlus padovana da sempre rivolge la sua attenzione a quello che definisce come ‘l’ultimo miglio’, ovvero là dove se non ci fossero i suoi volontari, non ci sarebbe nessun altro. E Giovanni – in questo periodo in Italia per un breve periodo di riposo – ai posti dove non c’è nessun altro è abituato, avendo iniziato dall’Angola, per poi passare nel 2007 in Karamoya, la regione meno sviluppata dell’Uganda, al confine con quello che oggi è il Sud Sudan. Lì Dall’Oglio, con una formazione in medicina dello sport e cardiologia, è stato per una decina d’anni responsabile di un progetto di sostegno ai servizi ospedalieri diocesani. Oggi, in Sud Sudan, è manager di salute pubblica. “Bisogna occuparsi dell’approvvigionamento delle strutture sanitarie – spiega -, assicurarsi che ci sia trasparenza nell’uso delle risorse, far crescere le capacità di gestione delle autorità locali nei settori della cura e della prevenzione. Insomma, ottimizzare quello che c’è, facendo crescere il valore del bene comune e della salute come diritto”. Dall’Oglio lavora a Yirol, nella regione dei Grandi Laghi, dove il Cuamm gestisce un ospedale. “Sono passato dalla padella alla brace – sorride -. D’altra parte, ultimo miglio significa proprio situazioni climatiche estreme, e competenze assenti. In Sud Sudan la mortalità materna era la più alta al mondo e, grazie al Cuamm, in cinque anni si è ridotta di due terzi”. Paura? “I ribelli Nuer sono qui attorno. Speriamo bene!. Non c’è pace in Sud Sudan. Abbiamo dovuto fermare le attività sanitarie sul territorio, ma sono abituato ai contesti pericolosi”. Fondamentale l’appoggio della famiglia. “Mia moglie Anna e i miei quattro figli vivono a Kampala; li raggiungo ogni due mesi circa. Non potevano stare con me, il Sud Sudan non è un bel posto dove portare la famiglia. Ma fare qualcosa per gli altri giustifica anche la mia non presenza fisica in famiglia”. Giovanni non vuole passare certo per Superman. “Qualche scoramento coglie quando pensi di aver raggiunt un’affinità di obiettivi con gli interlocutori locali e invece ti accorgi che c’è ancora molto da fare. L’Africa migliora, ma i tempi restano lunghi. Per fare questo lavoro, bisogna sentirsi a proprio agio, aprire il cuore e mettersi a disposizione. E’ un cammino faticoso, ma dà tanta soddisfazione. Oggi posso dire che mi sento africano”.

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – 14 agosto 2014

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