Pena di morte, nel 2013 aumentate le esecuzioni

«Ha abolito l’ergastolo e introdotto nell’ordinamento vaticano il reato di tortura, cosa che l’Italia ancora non ha fatto. Oggi è Pietro il punto di riferimento di una giustizia giusta e umana. Da Giovanni Paolo II, passando per Benedetto XVI, fino a papa Francesco. Il loro urlo di giustizia echeggia forte, la politica plaude, ma dopo non fa nulla».

È una giustizia giusta, non vendicativa, quella che persegue l’associazione Nessuno tocchi Caino. «Si tratta di cogliere l’occasione della pena perché il reo possa rinascere a nuova vita», spiega il segretario Sergio D’Elia. «È una giustizia riparativa quella a cui puntiamo, conciliativa; la pena deve tendere al riscatto. La Bibbia ci dice che il sangue di Abele urla e il Signore lo ascolta. Ascolta quello che è successo ad Abele ma, nello stesso tempo, ha cura di Caino. Le due cose non sono in contraddizione. Avere cura di Caino affinché non sia considerato perso una volta per tutte, non significa non considerare il dolore delle vittime e dei loro familiari. Si tiene conto della vittima ma, nello stesso tempo, si cerca di operare il miracolo del cambiamento in chi ha compiuto l’azione delittuosa. Non è facile, ma le cose faticose sono quelle che creano un ambiente diverso, una comunità diversa. Diceva Gandhi: “A furia di occhio per occhio, il mondo diventerà cieco”».

Ma l’occhio per occhio non è un retaggio del passato. Il 2013 ha visto un aumento delle condanne a morte. Come si legge nel Rapporto 2014 sulla pena capitale, presentato a Roma con una manifestazione che ha visto anche la consegna del premio “abolizionista dell’anno” al presidente del Benin, Boni Yayi.

Lo scorso anno sono state effettuate 4.106 esecuzioni capitali in tutto il mondo; erano state 3.967 nel 2012. I primi tre Paesi per numero di condanne a morte sono la Cina (3.000 esecuzioni), l’Iran (687), l’Iraq (172). «È un aumento che si giustifica con l’incremento in Iran e in Iraq», spiega D’Elia. «Specialmente in quest’ultimo Paese, le esecuzioni sono triplicate, quasi tutte per terrorismo. Nel 2013 e nei primi sei mesi del 2014, c’è stata una furia di esecuzioni, tale che non si registrava dai tempi di Saddam Hussein. Questo la dice lunga rispetto a cosa è servita la guerra in Iraq. In termini assoluti, nel 2013 è la Cina al primo posto dei Paesi esecuzionisti, dove si viene mandati al patibolo per reati di terrorismo, per droga, ma anche per reati ordinari o per “semplice” opposizione al potere. Tuttavia, si registra una diminuzione del 50% rispetto al 2007,quando è uscita la riforma che sancisce che ogni condanna di un tribunale minore dev’essere rivista dalla Corte suprema. Da allora, la Corte ha annullato “in media” il 10% delle condanne a morte pronunciate ogni anno».

FURIA DI ESECUZIONI IN IRAQ

‒ Poi c’è l’Iran del presidente Rohani.

«Che le esecuzioni aumentassero sotto Rohani non ce l’aspettavamo, visto che il nuovo presidente da molti osservatori era stato salutato come una speranza. Evidentemente, era un’illusione perché, se dovessimo usare il metro della pena di morte, il nuovo governo – con 870 persone giustiziate in 12 mesi ‒ si è dimostrato tutt’altro che un cambio di regime».

‒ Ci sono elementi per essere speranzosi?

«Certo, continua il trend positivo dei Paesi abolizionisti. Solo negli Stati Uniti, negli ultimi sei anni, ogni anno c’è stato un Paese che ha scelto di abolire la pena di morte e molti governatori di altri Paesi hanno sancito che, finché resteranno in carica, non firmeranno decreti di esecuzione».

Ad oggi sono 161 gli Stati che hanno deciso di non applicare più la pena di morte. Di questi, 100 hanno eliminato l’esecuzione penale dal codice penale, mentre altri 7 (Brasile, Cile, El Salvador, Figi, Israele, Kazakistan, Perù) l’hanno abolita, ma solo per i crimini ordinari. Ci sono, poi, altri 48 stati in cui a livello legislativo la pena di morte è ancora formalmente esistente, ma è considerata di fatto abolita, poiché non vengono praticate esecuzioni capitali da almeno dieci anni. In Europa, l’unico Paese in cui la pena di morte è tuttora in vigore è la Bielorussia.

«La nota dolente per noi», riprende D’Elia, «riguarda le cosiddette democrazie liberali. Nel 2011 erano stati solo 2 i Paesi democratici a praticare la pena di morte ‒ Stati Uniti e Taiwan ‒ nel 2012 sono diventati 5; con Botswana, Giappone e India, ai quali si è aggiunta l’Indonesia, che ha ripreso le esecuzioni nel 2013 dopo una moratoria di fatto che durava dal 2008. Ancora più preoccupante è che in tutti questi Paesi “democratici”, Stati Uniti compresi, il sistema della pena capitale si sta rivelando un sistema oscuro, dove si fa di tutto per nascondere i modi con i quali viene praticata. Sono 11 gli Stati che hanno adottato leggi sul segreto. Negli Stati Uniti, la maggiore segretezza intorno ai protocolli dell’iniezione letale è solo l’ultima tattica che legislatori e autorità carcerarie stanno mettendo in atto per impedire agli avvocati difensori di intentare ricorsi contro i protocolli di esecuzione, e alle associazioni abolizioniste di fare pressione sulle ditte farmaceutiche per bloccare la vendita dei loro prodotti alle amministrazioni penitenziarie».

NEGLI STATI UNITI CRESCE LA CULTURA ABOLIZIONISTA

‒ Sta crescendo la cultura contro la pena di morte?

«Negli Usa sì. Molti sondaggi mostrano una disapprovazione crescente della società americana rispetto alla pratica della pena di morte. Se si chiede se la gente è più favorevole all’ergastolo o alla pena di morte, la maggior parte sceglie il primo. E poi, poiché gli americani sono pragmatici, una delle cose su cui si soffermano sono i costi elevati della macchina della pena capitale. Il condannato a morte, infatti, ha molti più diritti rispetto a chi è condannato all’ergastolo, e questo comporta un forte dispendio di denaro, che le stesse organizzazioni dei familiari delle vittime ritengono sia meglio utilizzare magari per svolgere indagini per trovare i colpevoli di altri reati».

‒ L’Italia come si pone?

«L’Italia è un Paese in continua contraddizione. È in prima linea per la campagna di abolizione universale («una battaglia di civiltà giuridica», l’ha definita il presidente Giorgio Napolitano), ma vi domina la cultura giustizialista, che vuole la certezza della pena, e in carcere. Pertanto, anche se in Italia non vige la pena di morte, la situazione delle nostre carceri è tale che si può parlare di pena fino alla morte. Sulla carta, abbiamo l’ordinamento più avanzato del mondo, dopo di che continuiamo a essere sanzionati dalla Corte europea dei diritti umani per la situazione degradante in cui vivono i carcerati».

Il prossimo dicembre, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite voterà una nuova Risoluzione ‒ la quinta ‒ che invita gli Stati membri a stabilire una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pratica. Nell’occasione, Nessuno tocchi Caino rilancia la proposta al Segretario Generale dell’Onu di istituire la figura di un inviato speciale con il compito, non solo di monitorare la situazione nei vari Paesi, ma anche di esigere una maggiore trasparenza del sistema della pena capitale. Dover rendere pubblici i dati delle esecuzioni è un elemento importante, perché c’è un legame strettissimo tra segreto di Stato sulla pratica e numero di esecuzioni perpetrate».

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 24 agosto 2014

http://www.famigliacristiana.it/articolo/pena-di-morte-nel-2013-aumentate-le-esecuzioni.aspx

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