Il califfato non sopravviverà

«Il califfato in Iraq/Siria non sopravviverà perché non lo vogliono gli stessi musulmani. Non lo vuole l’Iran e neppure l’Arabia Saudita; due centri di potere forti che si guardano in cagnesco bastano e avanzano. Soprattutto perl’Arabia Saudita è una sfida, perché il Paese che ha il privilegio di avere le due grandi città sacre, non può certo lasciare che ci sia un altro Stato islamico che si proclama come l’unico vero. Non dimentichiamo, che la Costituzione dell’Arabia Saudita è il Corano stesso. Come può il califfato voler essere considerato lo Stato guida dell’Islam?». L’analisi è di monsignor Camillo Ballin, comboniano, vicario apostolico di Arabia del Nord (Bahrein, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita), da 45 anni nei Paesi arabi, a Vicenza in questi giorni per un breve periodo di riposo.
Le sue parole aprono un ulteriore scenario: un accordo Iran (sciita)-Arabia Saudita (sunnita) in funzione anti Is, la sigla che denota lo Stato islamico, che, il 29 giugno scorso, ha proclamato il califfato, nell’area a cavallo tra il nord dell’Iraq e la Siria. Un terzo incomodo per le due potenze del Golfo.

Certo che, per il momento, la situazione è drammatica.

«I nostri cristiani sono i più perseguitati – afferma il presule -: o diventano musulmani secondo l’interpretazione di Abu Bakr al-Baghdadi, questo fanatico che si è autoproclamato califfo, oppure devono andarsene per non essere uccisi. Molti sono scappati, ma non è per loro facile trovare un luogo dove andare. E se questi fondamentalisti arrivassero a Baghdad? I cristiani dovrebbero scappare anche da lì».

C’è chi comincia a dire “che si stava meglio quando si stava peggio”, con riferimento ad Assad in Siria e Mubarak in Egitto.

«Qualcuno ha chiesto a Obama chi potrebbe governare l’Iraq. E lui ha risposto: “Un altro Saddam”. Questi “dittatori” se fossero stati più attenti ai bisogni del popolo, sarebbero stati le guide ideali per i loro Paesi, purtroppo si sono lasciati corrompere. Quando Mubarak è salito al potere, ricordando la corruzione che aveva intaccato anche Sadat, diceva: “Se qualcuno viene da voi e vi offre soldi, mandatelo via a calci anche se fosse mio figlio”. Poi, però, si è perso lungo la strada. Per quanto riguarda Assad, è vero che nei confronti dei cristiani è stato benevolo, ma non per simpatia, bensì per calco- lo politico. Assad è di minoranza aluita e, pertanto, necessitava del sostegno delle altre minoranze».

Cosa pensa dei giovani che partono dall’Europa per arruolarsi nelle file dell’Is?

«Sono giovani che non hanno un’identità personale, deboli psicologicamente, e che perciò si lasciano fagocitare. Magari hanno l’ambizione di cambiare il mondo, migliorarlo, sono alla ricerca di qualcosa e credono in questi miraggi. Sono sicuramente più attratti dalla lotta in quanto tale che non dalla religione. Una lotta contro l’oppressore, contro l’America, contro l’Occidente, contro chi non accetta le loro idee, contro tutti, insomma».

La perdita di valori che connota la nostra società può essere una delle cause?

«Certo. Quello a cui dobbiamo stare attenti sono i prodromi anche qui da noi. Il vuoto spirituale dei nostri giovani e la demografia renderanno musulmana la nostra Europa. Io lo vado dicendo da tempo, ma molti mi hanno accusato, di volta in volta, di essere pessimista, fondamentalista, anti-islamico. Ora più di qualcuno comincia a pensarla come me».

Aveva ragione la Fallaci?

«La sua descrizione della realtà era perfetta, certo lei aveva posizioni molto intransigenti riguardo alle conseguenze. Noi non possiamo essere così intransigenti, ma questo non vuol dire cedere. Dobbiamo essere aperti ai musulmani, ma chiedendo loro che si adeguino alla realtà in cui si trovano a vivere. Altrimenti, ci ritroveremo a ricreare il modello del mondo arabo: piccole comunità cristiane all’interno di una grande umma (comunità islamica, ndr)».

 

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 14 settembre 2014

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