La guerra in Siria – Il nunzio Zenari: «Bombardare non risolve»

È in Siria da cinque anni in Siria, monsignor Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco. E di andarsene nemmeno a parlarne. «Come potrebbe un rappresentante del Papa essere credibile se scappasse da dove c’è più bisogno di lui? Per me questa missione è un privilegio datomi da Dio, un’esperienza toccante sotto il profilo umano». E non è la prima.

Mons. Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco (ph Romina Gobbo)

Monsignor Zenari si considera infatti un “veterano di guerra”, con, alle spalle, la Sierra Leone e lo Sri Lanka. A Verona per il 15esimo di ordinazione episcopale (la messa è oggi alle 8 in cattedrale), il presule martedì 23 settembre, si è recato a Cerea (bassa Veronese), dove era stato curato 41 anni fa, invitato dal parroco don Giuseppe Andriolo, per raccontare, a una chiesa gremita, la sofferenza che sta vivendo il “suo” Paese.

Monsignor Zenari, sono partiti i raid aerei americani, prima sull’Iraq e adesso anche sulla Siria, in funzione anti-Is. Che cosa ne pensa?
«L’Is è un pericolo reale, va affrontato. Ma la forza militare, i bombardamenti, non risolvono. Ci vuole una strategia di contenimento dell’avanzata, perché c’è di mezzo la popolazione. Ma ci vuole anche sangue freddo. Che i jihadisti siano una grave minaccia è vero, però non dobbiamo cadere nella loro trappola, che è quella di diffondere il panico nel mondo occidentale. Per quanto riguarda i raid aerei, quindi, bisogna usare attenzione. E tenere anche conto che una cosa è l’Iraq, un’altra la Siria. Gli americani si sono fatti guardinghi e hanno coinvolto i Paesi della regione. Non dimentichiamo che i musulmani ancora ci “rimproverano” le crociate. Se Obama, che governa un Paese considerato cristiano, avesse deciso di intervenire da solo, loro ancora una volta avrebbero pensato “bombe cristiane contro noi musulmani”. D’altra parte, Arabia Saudita e Qatar, principali finanziatori dell’Is, adesso si sono accorti che il gruppo è fuori controllo, e lo vogliono fermare. Io penso che chi ha messo le castagne nel fuoco, deve essere tra i primi a tirarle fuori».

La via da percorrere resta, quindi, quella del dialogo.
«Sì. La soluzione è politica. L’islam ha un marcato senso religioso della vita, cosa che noi cristiani stiamo perdendo. Conserva valori forti. Lì non si discute sull’aborto, il matrimonio è tra uomo e donna, c’è forte il senso della famiglia. Su questi valori che ci accomunano possiamo fare strada assieme. In Siria c’è sempre stata una buona coabitazione tra cristiani e musulmani. E all’inizio, quando la rivolta era solo siriana, nessuno metteva in discussione la presenza cristiana, anzi, i musulmani ben sapevano che i cristiani erano lì da prima di loro. Le cose sono cambiate quando hanno cominciato ad arrivare combattenti da fuori, ceceni, afghani, pachistani, per i quali solo la presenza musulmana è legittima, perciò distruggono chiese, simboli religiosi, e uccidono»

Che cosa sta succedendo al mondo musulmano?
«Per gli Stati a maggioranza islamica è venuto il momento di venire a patti con la modernità, con i diritti. E devono separare religione e Stato. Ma noi non possiamo imporre il nostro modello di società e nemmeno la nostra democrazia. Devono trovare da soli la strada alla convivenza sociale, rispettosa del pluralismo».

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire e avvenire.it – giovedì 25 settembre 2014

 

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