Asia. Ultimo appello

Asia Bibi deve morire. Lo ha stabilito il 16 ottobre l’Alta Corte di Lahore (Pakistan), che ha così confermato la sentenza di primo grado del 2010; adesso resta solo l’appello alla Corte Suprema, terzo e ultimo grado di giudizio in Pakistan.

Asia è una contadina cristiana, con 5 figli, arrestata nel giugno 2009, a seguito dell’accusa di due musulmane di aver insultato il profeta Muhammad. Ma la grande mobilitazione internazionale, così come le parole di Benedetto XVI finora nulla hanno potuto. «Io penso che Asia sia innocente – dice padre Shahzad Khokher, cappuccino pakistano, a Roma per un periodo di studi -. Perché in Pakistan, il cui nome costituzionale è “Repubblica islamica del Pakistan”, e dove più del 96% dei 167 milioni di cittadini sono musulmani, la vita dei cristiani (3% della popolazione) è difficile. Basta che qualcuno dica che una persona ha bestemmiato contro il Profeta o contro il Corano, e subito quella persona viene uccisa o picchiata selvaggiamente finché la morte arriva comunque. D’altro canto, un non musulmano non è considerato degno di deporre contro un musulmano accusato di stupro, rapina a mano armata, uso di sostanze stupefacenti… Le minoranze vivono in continua minaccia della vita».

In Pakistan, le leggi sulla blasfemia sono state introdotte nel 1982 e nel 1986, con l’intento di proteggere l’islam e la sensibilità religiosa della maggioranza musulmana, formulate in termini vaghi e applicate arbitrariamente da parte della polizia e della magistratura. Secondo Amnesty International, le accuse in base alle leggi sulla blasfemia sono formulate per incarcerare persone allo scopo di ottenere vantaggi negli affari o nelle dispute sui terreni. «Molto spesso queste leggi sono usate per scopi egoistici – spiega padre Shahzad -. Ad esempio, se un cristiano sta avendo successo in un affare, che fa gola anche ad un musulmano, basta che quest’ultimo lo accusi di blasfemia, e per il cristiano è finita».

La popolazione da che parte sta? «La maggioranza dei pakistani non è contenta di queste leggi, ma non osa alzare la voce perché ha paura. Il 19 marzo scorso, The Nation, quotidiano pakistano in lingua inglese, ha condotto un sondaggio fra i lettori, e nel 68% hanno risposto che la legge sulla blasfemia dev’essere abrogata».

Molti hanno già perso la vita per aver criticato tale legge. Per esempio, l’imprenditore Salmann Taseer, governatore del Punjab dal 2008 fino al suo assassinio, avvenuto il 4 gennaio 2011, per mano di un fondamentalista islamico; Taseer si era precedentemente recato a visitare in carcere Asia Bibi. Poi c’è Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze religiose, ucciso il 2 marzo 2011 da un commando di fondamentalisti islamici. Ma non solo persone singole sono state assassinate, anche interi villaggi sono stati messi a ferro e fuoco. Nel marzo 2013, nella Joseph Colony di Lahore, una folla di musulmani ha attaccato e semidistrutto circa 150 case e negozi, sostenendo di voler punire un giovane di 28 anni, Sawan Masih, presunto blasfemo.

Nel 1997, Shanti Naga, villaggio cristiano di 15mila persone, è stato attaccato da musulmani muniti di pistole, pugnali, bombe, prodotti chimici infiammabili, con il risultato che l’80% del paese è stato distrutto. Gli aggressori hanno ammazzato, bruciato case, chiese, la scuola, i dispensari e migliaia di Bibbie, poi se ne sono andati rubandosi tutto quanto c’era di prezioso nelle case: dagli ori agli elettrodomestici.

Speranze di pace? «Io sono fiducioso che un giorno queste leggi verranno abolite e le minoranze potranno vivere liberamente la loro vita. Mentre ero in Pakistan, mi sono occupato di dialogo inter-religioso, ho lavorato con i leader delle diverse religioni per promuovere la tolleranza. Io credo che un giorno Dio aiuterà i cristiani a plasmare il cuore dei musulmani, e il governo a cambiare le leggi».

© 2014 Romina Gobbo

pubblicato su La Voce dei Berici – domenica 26 ottobre 2014

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