I missionari: “Se andiamo via noi, chi penserà alla gente?”

«Non ho paura perché penso che qui serva una presenza missionaria come testimonianza di fede. Dopo di che, cerco di fare le cose con la testa, e non all’avventura. La valutazione del rischio qui è continua. Abbiamo ridotto molte delle nostre attività, ho rimandato a casa il grosso dei miei volontari, così come hanno fatto tutte le Ong internazionali. Tutti gli espatriati sono partiti, sono rimasti solo i missionari. Questo è sicuramente un momento molto critico, ma se ce andiamo anche noi, chi penserà alla popolazione? E’ nostro dovere restare a fianco della gente, ovviamente finché sarà possibile». Così Fabio Mussi, direttore della Caritas diocesana e del Codac (Coordinamento di tutte le attività sociali e caritative), missionario laico del Pime che, assieme al collega Ottorino Zanatta, e a due volontarie, lavora nella diocesi di Yagouà, nell’Estremo nord del Cameroun, dove le azioni di guerriglia e gli attentati da parte di Boko Haram da dicembre ad oggi sono andati via via intensificandosi.

Si tratta di un territorio rurale, povero, ma fino al 2013, abbastanza tranquillo, fatti salvi i traffici – che ci sono sempre stati – fra Nigeria e Cameroun, perché la frontiera è porosa e carburante e pezzi di ricambio sono sempre stati meno cari in Nigeria. Nel 2013, a maggio fu rapita una famiglia francese, a fine anno, un altro francese, il missionario padre Georges Vandenbeusc, poi nella primavera 2014, i due fidei donum vicentini, don Antonio Allegri e don Gianantonio Marta, con la suora canadese, Gilberte Bussière (poi, fortunatamente, tutti liberati). Allora fu chiaro al mondo che la situazione stava degenerando, e che era iniziata la guerra con Boko Haram. Oggi gran parte dei villaggi sono stati evacuati. Dopo l’intensificarsi degli assalti da parte della setta islamica, il Governo camerunense ha deciso di reagire con forza, per cercare di impedire la destabilizzazione del “Paese dei gamberetti”, come successo alla Nigeria. La gente, quindi, è stata costretta a fuggire, andando ad ingrossare i campi profughi.

La diocesi di Yagouà è vicina al confine con il Ciad e la situazione è più calma; la tensione maggiore si riscontra, invece, lungo i 100 chilometri di confine con la Nigeria. Lì il pericolo è altissimo, non solo perché gli assalti da parte degli estremisti di Boko Haram si susseguono ormai al ritmo di due, tre al giorno, o per l’abitudine ai sequestri di stranieri, ma anche perché hanno disseminato la zona di mine. «Non stiamo parlando di apprendisti, questa gente è ben organizzata e ben formata. Molti miliziani, che hanno combattuto la guerra d’Algeria, oggi si sono “riciclati” come addestratori al soldo delle varie sigle terroristiche, tra cui, appunto, anche Boko Haram. E anche la sua capacità bellica è notevolmente migliorata, perché il gruppo è ben finanziato».Il risultato è che non è più possibile muoversi senza scorta, e non una scorta qualsiasi. «Io da tempo sono scortato da tre militari, ma ora non è più sufficiente. Soprattutto se ci si addentra verso il confine con la Nigeria, bisogna rivolgersi alle Unità d’élite, ovvero le Bir, Brigate di Intervento Rapido».  Il 5 gennaio, il leader di Boko Haram, Abubakar Shekau, ha postato su YouTube un video di circa 17 minuti, dal quale minaccia il presidente del Cameroun, Paul Biya, e l’esercito (“i tuoi soldati non possono nulla contro di noi), e dicendo che il Cameroun subirà la stessa sorte della Nigeria.
«Certo. Questo è quello che vogliono loro. Ma devo dire che lo Stato camerunense ha reagito in modo deciso e organizzato. Stanno facendo il necessario per rispondere con i mezzi di cui dispongono; hanno bombardato con i caccia, ma servirebbe la forza d’urto americana. E, comunque, con la guerra il problema non si risolve».

Che cosa la preoccupa in particolare?  

«Il fatto che questi terroristi stanno impiegando i bambini. Alcuni testimoni hanno visto combattere al loro fianco ragazzini di 12, 13 anni. In Nigeria già da un po’ avvengono rapimenti di ragazzini da parte di Boko Haram, e adesso hanno esportato questa strategia anche qui. Recentemente, la polizia ha scoperto che un orfanotrofio era in realtà la copertura di un loro centro di addestramento. E hanno trovato un centinaio di ragazzi. Era un timore che avevamo, e che purtroppo ora è stato confermato».

La diocesi di Yagouà – retta dal vescovo Barthélemy Yaouda – conta circa un milione e 700mila abitanti, su un territorio che, da nord a sud è di circa 700 chilometri, una diocesi grande grossomodo come la Lombardia. Il Pime gestisce 23 scuole con circa 7.000 alunni (attività importantissima in una zona in cui ancora il 50% e il 70% delle femmine è escluso dal sistema scolastico); 8 centri sanitari, tra cui l’ospedale di Touloum; si occupa, poi, di promozione rurale, avendo avviato 110 cooperative agricole; inoltre, lavora per portare l’acqua ai villaggi, realizzando dalle 70 alle 90 perforazioni all’anno.

 

© 2015     Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 10 gennaio 2015

http://www.famigliacristiana.it/articolo/i-missionari-se-andiamo-via-noi-chi-pensera-alla-gente.aspx

 

 

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