Il rapimento ci ha rubato il futuro in missione

Pensare che nel Paese fino a pochi anni fa considerato “un’oasi di pace”, ora sia impossibile tornare, fa male alla Diocesi di Vicenza, presente in Cameroun dal 1977, dove ha investito risorse economiche ed umane.

È del 2013 il cambiamento, quando iniziano i rapimenti: prima una famiglia francese, poi un missionario francese, quindi i due sacerdoti vicentini con la suora canadese. Poi un gruppo di cinesi, fino al gesto eclatante del sequestro della moglie del vice primo ministro. A quel punto, pace e stabilità sono diventate sempre più difficili nel “Paese dei gamberetti”.

Sono passati otto, nove mesi dal sequestro di don Giampaolo Marta e don Gianantonio Allegri, preti vicentini fidei donum (assieme a loro, suor Gilberte Bussiéré), avvenuto nella notte fra il 4 e il 5 aprile 2014. Liberati il primo giugno, hanno dovuto lasciare il Cameroun immediatamente, senza poter tornare alla loro missione, Tchéré, e, insieme a loro, gli altri due fidei donum – don Maurizio Bolzon e don Leopoldo Rossi -, parroci dell’altra missione vicentina, Loulou. Ripensando a quel periodo, a quei luoghi, a quella gente, sentimenti ed emozioni mai sopiti si ripresentano, così come il desiderio di ritornare, perché “siamo partiti senza poter salutare nessuno”.

Attualmente, la presenza vicentina è rappresentata dalle suore della Divina Volontà, che vivono in città, a Maroua. «La situazione che si è creata nell’Estremo Nord del Cameroun è preoccupante, ci penso spesso – racconta don Giampaolo -. Questi terroristi, venuti dalla Nigeria, stanno creando grossi problemi alla nostra gente, che è buona, pacifica, e non ha neppure gli strumenti per capire che cosa sta succedendo. Capisce solo che è in atto una guerra, e soffre, e ha paura. E poi il grande afflusso di profughi, che hanno invaso i terreni della popolazione locale, sta creando problemi di sussistenza. Pensare che c’è sempre stata collaborazione con i musulmani, frequentano le nostre scuole, c’era una buona convivenza».

Come ti senti ripensando all’esperienza del rapimento?

«Fortunatamente siamo stati trattati bene, quindi non abbiamo riportato gravi conseguenze sul piano fisico e psicologico. Siamo stati privati della libertà per 57 giorni, ma il sostegno fra di noi, la preghiera insieme, sono stati qualcosa di grande. La fraternità che si è creata – anche con suor Gilberte, che a settembre siamo andati a trovare in Canada, contenti di rivederla, anche perché la sua malattia è rimasta stabile, e lei è serena – resta un bel ricordo. E’ stato pesante dal punto di vista fisico, ma questo passa, resta invece l’esperienza spirituale, ed è stata quella la vera ricchezza. Sia chiaro, non lo rifarei!».

«Dopo la liberazione, sono stato portato a casa come un pacchetto – dice don Gianantonio -, e da allora ho rivissuto più volte la vicenda da testimonial, assieme a don Giampaolo. E’, però, dalla notte di Natale, vissuta di nuovo in Italia, che mi sento sempre di più derubato dei miei prossimi sei, sette anni, che avrei dovuto trascorrere a Tchéré. Mi sento un po’ spiazzato di fronte al futuro, che pensavo sarebbe stato là. Ero sbarcato di nuovo in Cameroun a ottobre 2013, dopo una prima esperienza da novembre ’91 a gennaio 2002 nella stessa zona pastorale – sentendo che quello era il mio posto. Ed ero contentissimo. I terroristi mi hanno derubato del mio progetto, che era inserito in quello della Diocesi di Vicenza, perciò hanno rubato anche il progetto della Diocesi, la quale aveva deciso di attendere un anno pastorale, per vedere se la situazione si stabilizzava, invece sta peggiorando. Perciò, non si sa che cosa succederà, anche rispetto ad un eventuale ritorno in loco dei nostri fidei donum».

 Se ripensi al sequestro?
«Direi che mi sento bene, anche se un mese fa ho avuto un paio di notti difficili, ho rivissuto qualche paura, poi per fortuna ho ricominciato a dormire. Certo, i rumori notturni un po’ mi agitano. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, ho già decantato l’avvenimento. E’ stato fondamentale il fatto di essere insieme. Ci siamo potuti confrontare, perciò la nostra analisi psicanalitica, l’elaborazione delle nostre paure, l’abbiamo fatta lì, e poi, attraverso la fede, abbiamo dato un senso all’esperienza. Però ci sono ancora dentro, anche attraverso gli incontri, che viviamo sempre intensamente, perché vogliamo donare quello che è stato donato a noi. Più che di raccontare, si tratta di fare memoria, restando dentro a quelle parole forti che ci siamo detti in quei momenti duri, per una vera conversione di vita»

 

© 2015     Romina Gobbo

 

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