Una casa per nascere due volte

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

«Sono un uomo a metà. E un uomo a metà è brutto», dice Francesco, reduce da due ictus. «Mi sento di schifo. È come essere un niente», aggiunge Paola, che ha perso la memoria dopo un’anestesia. Parole pesanti, che trafiggono, perché ti rendi conto che al loro posto potresti esserci tu. Francesco, Paola, Lorenzo, David, Luciano, Gianni non sono nati disabili, hanno subito un trauma cranico, e quando si sono risvegliati in un letto d’ospedale, erano “diversi”. Su una scala da 1 a 10, il range della rabbia è vario, perché è varia anche la gravità del quadro clinico di quanti nella residenza “La Rocca” di Altavilla Vicentina, gestita da “Brain onlus – Associazione Traumi Cranici”, sorta nel 1993, hanno trovato non solo una casa, ma una seconda opportunità. «Avevo 15 anni, ero in bicicletta. Una macchina mi ha preso in pieno, mi ha rovinato la vita», racconta Luciano con fatica, ma con la lucida consapevolezza che un incidente nel fiore degli anni ti cambia completamente la prospettiva. I sogni di adolescente svaniscono. E non è solo la carrozzina, sono le difficoltà cognitive a pesare di più. Quando ormai i tuoi genitori pensano di aver finito di allevarti, ecco che debbono accudirti di nuovo come un neonato.

Poi c’è David, è peruviano, ma l’italiano stentato non dipende dal suo essere straniero, bensì da due ictus, che l’hanno segnato per sempre. Era un imprenditore Lorenzo, ma un giorno, uscendo dall’auto, le gambe hanno ceduto. Si è risvegliato dopo giorni da un coma che gli ha lasciato problemi cognitivi importanti. Poi c’è Gianni, era un parrucchiere, amava il calcetto, e proprio durante una partita, si è accasciato, colpito da infarto. Un uomo di quarant’anni, autonomo, nel pieno del suo vigore, si ritrova bambino, con tutto da imparare. «Lavarsi, mangiare, radersi, tutto va riconquistato con le unghie». Ma Gianni ha determinazione da vendere e piano piano sta risalendo. Bravo in cucina, ha ottenuto il libretto sanitario ed ora è in attesa di un lavoro.

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

Quando si entra a “La Rocca”, d’istinto si trattiene il respiro. Perché qui si capisce che cos’è la fragilità umana. Che non guarda in faccia nessuno. A chiunque può capitare un incidente d’auto, un infortunio domestico o sul lavoro, un ictus. Ieri eri una persona, oggi sei un’altra. La vera tragedia è che – fatti salvi i casi di coloro il cui cervello è totalmente compromesso – sai perfettamente che persona eri prima. «È questa la difficoltà maggiore, l’accettazione del nuovo sé – spiega la neuropsicologa Elisabetta Mondin -. Chi ha una disabilità congenita, ci convive dalla nascita e si riconosce in quel modo di essere, i nostri ragazzi invece hanno tutto un pregresso storico rispetto al quale fanno fatica a re-identificarsi. Sono persone che fino al momento dell’incidente avevano avuto una vita come noi. Vivono questa continua schizofrenia tra ciò che erano prima e quello che sono adesso, è per loro un’angoscia continua. Noi li aiutiamo a mettere insieme queste due identità».

Ma quando poi il fiato lo si lascia andare, si comincia a respirare l’aria di quest’oasi di pace, che non esisterebbe senza “una mano dal cielo”. «Io dico che questo fabbricato è arrivato dalla Provvidenza – spiega la presidente -. La parrocchia, infatti, ce l’ha dato in comodato d’uso gratuito per 35 anni. E, grazie a una rete di solidarietà (privati, associazioni, Casse Rurali, Fondazioni…), siamo riusciti a trovare i 620mila euro necessari alla ristrutturazione». Vi lavorano solo volontari: assieme a Sgarabottolo e Mondin, ci sono il fisioterapista Marcello Pales, le psicologhe Ilaria Locati e Sara Parise, l’assistente sociale Maria Rosa Cingano, la logopedista Valentina Mingardo, e un’altra quindicina di persone che, «spinte dalla fede, hanno scelto di mettere a disposizione – il proprio tempo, le proprie capacità e competenze. L’impegno è gravoso – continua Sgarabottolo -, ti toglie qualsiasi spazio privato, se non hai motivazioni profonde, non ce la fai. Ma quando vedi le famiglie contente, perché i loro cari sono riusciti ad acquisire un certo livello di autonomia, allora capisci che il tuo andare laddove la sofferenza è grande, in quelle periferie tanto care a papa Francesco, è servito a qualcosa». «Sono credente. Il Signore mi ha dato dei doni – aggiunge Marco, operatore sanitario -, io li metto a disposizione. Non c’è chi salva e chi è salvato, è un arricchimento reciproco. Questi ragazzi a me danno tantissimo».

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

(credits Carlo Perazzolo/Ipa)

«Quando sono arrivata – racconta Silvia, giovane neo-volontaria – ho sentito subito che c’è un legame tra i ragazzi, che si aiutano reciprocamente, e tra ragazzi e operatori. Qui ci sono valori solidi, qui c’è famiglia».

Nella residenza di via Chiesa gli ospiti trascorrono il fine settimana, perché anche i familiari hanno bisogno di sollievo. La struttura è stata realizzata con l’aiuto dell’architetto Rodolfo Dalla Mora, disability manager paraplegico, in modo da renderla adatta a chi vive in carrozzina, a chi ha problemi visivi, a chi ha difficoltà di movimento, e così via. Non è finita: mancano i laboratori e la palestra di fisioterapia, che per il momento si fa altrove. Ma la terapia primaria passa attraverso «l’accoglienza, la comprensione, la tenerezza, l’abbraccio. Le persone qui sono amate. Questa è la loro casa», conclude Edda.

 

© 2015   Romina Gobbo

pubblicato su Credere – 13 settembre 2015

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: