Siria – «Vi racconto gli ospedali di Aleppo»

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Civili tra le macerie ad Aleppo (Reuters)

C’è chi usa le armi e chi le garze, chi le bombe e chi gli antidolorifici. Chi uccide e chi salva. In prima linea, per salvare, da ventitré anni c’è il medico chirurgo Emile Katti, direttore dell’ospedale Al-Rajaa (in arabo, “La Speranza”) di Aleppo (Siria). Assieme a lui, un centinaio tra medici e paramedici. «Aleppo è allo stremo», dice Katti, incontrato a Palermo, al 2° Colloquio del Mediterraneo, intitolato “Religioni, pluralismo, democrazia: le attese dei giovani del Mediterraneo”, organizzato dall’Istituto di Scienze sociali “Nicolò Rezzara” di Vicenza.
La situazione umanitaria è sempre più grave, anche a seguito dei bombardamenti dell’aviazione russa. Gli ospedali – pubblici e privati – lavorano 24 ore su 24, con un incremento quotidiano di feriti. Nel 2014, l’ospedale Al-Rajaa, di proprietà della Custodia di Terra Santa, ha curato circa 1.000 pazienti ogni mese. Ma l’approvvigionamento di farmaci e attrezzature mediche è sempre più difficile, non solo perché è rischioso spostarsi, ma soprattutto a causa dell’embargo.

«Se un’associazione volesse inviare del denaro in Siria, questo verrebbe bloccato dalle banche occidentali – dice Katti -. Qual è la colpa del popolo siriano? Qual è la colpa di un malato, di un ferito di guerra? Perché non posso acquistare l’attrezzatura necessaria a salvare delle vite? Questo è ingiusto. Chi subisce di più l’embargo? Sempre la gente, il popolo. In questo modo vengono compromessi quei diritti che dovrebbero essere inalienabili, in primis la salute. Noi curiamo tutti indistintamente – civili e militari, cristiani e musulmani -, ma questo embargo ci ostacola. Perché? Questa è una grande domanda, che però al momento rimane senza risposta».

Che cosa vuole il popolo siriano?
«La pace. I siriani soffrono e chiedono di trovare una soluzione politica onesta, giusta, che soddisfi tutti. Dialogare con i terroristi di Isis o di Al-Qaeda non è possibile. Questi gruppi di fanatici rapiscono e ammazzano, poi filmano, perché il filmato serve come testimonianza del loro “fare sul serio”. Quando si sviluppa questo terrorismo, chi non accetta l’altro, comincia ad uccidere, ammazza anche le pietre, il tempio di Palmira, le statue a Ninive. Questi miliziani uccidono le pietre vive – la gente – e anche le pietre morte, i monumenti. Solo con l’opposizione moderata il Governo può dialogare per trovare insieme una via di uscita alla guerra».

Che cosa pensa dell’immigrazione dei siriani in Europa? E della Ue che alza muri e chiude le frontiere?
«Il problema non è alzare i muri o diminuire i muri, il problema è andare in Siria e risolvere la situazione. La gente fugge, perché vede che Isis taglia le teste, e perché vede che quelli che sono considerati terroristi, in realtà poi vengono armati e finanziati da potenze locali e internazionali; la gente non sopporta più tutto questo, quindi fugge. Ad Aleppo, città di tre milioni di abitanti, i ribelli islamici hanno chiuso l’acqua per più di 60 giorni, hanno bloccato l’elettricità, e nessuno ne parla. Hanno reso la vita invivibile, poi ci sono le bombe, che cadono in continuazione, lo stress, la paura quotidiana. La gente fugge. La soluzione qual è? Finirla con la guerra, perché se le persone stanno bene nel proprio Paese, non se ne vanno. Bisogna ridare alla Siria la possibilità di vivere. Un amico mi ha detto recentemente: “La seconda guerra mondiale è durata quattro anni, la guerra siriana è durata di più, perché è ormai entrata nel quinto anno”. Bisogna trovare una soluzione politica giusta, per poter tornare alla pace. Sono sicuro che allora almeno la metà della gente che è scappata per paura, tornerà a casa».

E dell’agire della comunità internazionale?
«Nella comunità internazionale, c’è gente sincera e ci sono molti ipocriti, e questo mi preoccupa. Nei discorsi ufficiali dicono una cosa, poi ne fanno un’altra. I Paesi che condannano Isis sono poi gli stessi che sostengono Isis».

Come vede la situazione in prospettiva? Ottimista o pessimista?
«Penso che nella vita bisogna sempre essere ottimisti, però mantenendo un certo realismo. Una buona notizia è la recente liberazione del mio amico padre Jacques Murad. Mi auguro che anche tutti gli altri prigionieri siano liberati al più presto. Per quanto riguarda la guerra, non posso certo prevedere come finirà, però se le grandi potenze del mondo – la Russia, l’America, l’Europa, ma anche le potenze regionali – si metteranno d’accordo, si potrà arrivare presto alla pace. Basta morti, sì all’amore tra i popoli, sì alla convivenza pacifica. Cominciamo con il fermare i miliardi di petrodollari che arrivano nelle casse dei terroristi jihadisti. Com’è possibile? A una persona che deve inviare 1.000 dollari da una banca all’altra, viene richiesto il motivo dell’operazione, come mai i miliziani dell’Isis ricevono ogni giorno milioni di dollari per la vendita del petrolio, e nessuno controlla? C’è tanta ipocrisia. E c’è una complicità politica, che va smascherata».

© 2015 Romina Gobbo
pubblicato su famigliacristiana.it – 1 novembre 2015

http://www.famigliacristiana.it/articolo/siria-vi-racconto-gli-ospedali-di-aleppo.aspx

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