Mons. Lahham: “In Medio Oriente nessuna sfida tra le religioni”

Non c’è pace neanche a Natale in Terra Santa. Scontri a Betlemme, Hebron, Ramallah, nel campo profughi di Qalandia, in Cisgiordania, a Bethanya (vicinanze di Gerusalemme), e nel varco di Karni, frontiera fra Gaza e Israele. Da quando lo scorso ottobre è iniziata la cosiddetta “intifada dei coltelli”, così denominata per il protagonismo delle armi da taglio, si sono registrati 156 morti, di cui 122 palestinesi, 20 israeliani e uno studente americano. A scatenare le violenze tuttora in corso sono stati la questione dell’accesso alla Spianata delle moschee a Gerusalemme (dopo l’uccisione di due israeliani, il Governo aveva decretato delle restrizioni), e il rogo, lo scorso 31 luglio, di una casa del villaggio di Duma, in cui sono morti un bambino di 18 mesi, Ali Dawabsheh, e i suoi genitori (si è salvato solo l’altro figlio di quattro anni, Ahmed).

La tensione si è riaccesa a seguito della diffusione di un video girato durante un matrimonio in cui gli invitati, giovani nazionalisti ebrei, festeggiano per quel rogo. In questi giorni, nel tentativo di sedare gli animi, decine di rabbini del mondo sionista religioso israeliano hanno pubblicato una lettera con la quale condannano in modo fermo ogni manifestazione di odio e violenza contro la popolazione araba, con particolare riferimento al gruppo estremista “Tag Mehir”. «Noi affermiamo»,  scrivono i rabbini, «che queste azioni sono in netto contrasto con la Torah di Israele e con l’etica ebraica».

In seguito ad una sassaiola, è stata colpita anche l’auto del patriarca latino, Fouad Twal, rimasto illeso. Nel suo messaggio di Natale aveva esortato i capi israeliani e palestinesi «a dar prova di coraggio, e ad operare per una pace stabile, fondata sulla giustizia». E aveva aggiunto: «Ciascuno dei due popoli della Terra Santa ha diritto alla dignità, a uno Stato indipendente e ad una sicurezza duratura». Ne parliamo con l’arcivescovo di Amman, Maroun Lahham, vicario patriarcale per la Giordania del Patriarcato latino di Gerusalemme.

Monsignor Lahham, per il raggiungimento della pace in Terra Santa, uno dei nodi più difficili da sciogliere è la questione dell’appartenenza di Gerusalemme.
«Quando parliamo di Gerusalemme, parliamo di una città, due popoli e tre religioni. Qualsiasi soluzione futura, quindi, dovrà tenere in considerazione questi tre elementi. Se gli uomini sapranno vivere in pace a Gerusalemme, potranno vivere in pace ovunque nel mondo. Gerusalemme è la città di Dio, e chi vi vive, deve alzarsi al livello di Dio. Gerusalemme non ha bisogno di militari, ma di profeti».

Purtroppo, i fatti dimostrano che le religioni sempre più spesso sono causa di tensioni.  
«Il grande pericolo per ogni religione è la sua trasformazione in ideologia politica. Perché, quando questo si verifica, la religione perde la sua carica profetica. Tutte e tre le religioni monoteiste sono passate per questa tendenza. Ma in Medio Oriente tutto c’è, tranne la sfida fra religioni. È inutile pensare che il conflitto in Siria, in Iraq, in Yemen o in Libia sia religioso. La Libia è al cento per cento musulmana, lo Yemen pure. Certo che ci sono sunniti e ci sono sciiti, ma il problema non è mai stato questo, perché sunniti e sciiti nello Yemen hanno vissuto assieme per secoli. C’è una politica internazionale che vuole destabilizzare il mondo arabo e il Medio Oriente. E un modo molto efficace è di mettere Dio in mezzo, perché quando si “usa Dio” sono guai seri. Ma l’integralismo e il fondamentalismo religioso nascono più facilmente dove c’è sottosviluppo e ingiustizia sociale. I petrodollari in Medio Oriente finiscono nelle tasche di qualche dirigente o nei conti bancari delle multinazionali. Questo genera frustrazione e povertà materiale, terreno facile per la diffusione del fondamentalismo».

Il Medio Oriente si sta svuotando dai cristiani, come si fa a trattenerli?
«Bisogna risolvere il problema della guerra. Se si cura la malattia, la gente rimane, perché i cristiani hanno sempre vissuto in Siria, così come in Iraq, fatta salva qualche migrazione fisiologica. Invece, l’immigrazione attuale, con questa intensità, è dovuta all’instabilità politica. Perciò, ricreiamo la stabilità politica, e vedremo che la gente non partirà più, perché è pazzo uno che parte, lascia la sua casa, i suoi figli, se già vive una vita degna nel suo Paese. Io penso che la presenza dei cristiani nel mondo arabo non sia frutto di un caso, nella fede non c’è il caso, c’è la volontà di Dio. C’è sempre stata la Chiesa nel Medio Oriente, c’è tuttora, e ci sarà sempre. E l’Occidente deve aiutare i cristiani a rimanere dove il Signore li ha messi, per vivere la loro fede e testimoniarla in mezzo alla maggioranza musulmana».

Come va il dialogo cristiano-islamico in Giordania?
«Il dialogo si fa a vari livelli: c’è quello ufficiale, e lì tutto va bene. C’è il dialogo colto fra le élite intellettuali. Poi c’è quello della strada. E lì dipende: ci sono città dove musulmani e cristiani si conoscono. Mohammed sa che vicino a lui vive Ambrogio. Ce ne sono altre dove i cristiani non vivono. Lì la non abitudine alla presenza fa sì che quando un musulmano incontra un cristiano arabo lo guardi con sospetto, non capendo bene la sua doppia appartenenza. Allora bisogna lavorare sulla famiglia, sull’educazione dei figli, affinché venga insegnata l’apertura verso l’altro. Così come bisogna verificare il lavoro delle scuole, perché nei libri di storia la presenza cristiana dei primi secoli è stata cancellata. Spesso il musulmano non sa che i cristiani sono là da secoli. E poi le moschee, perché gli imam non fanno mai un discorso favorevole ai cristiani. Perciò, famiglia, scuola e moschee sono i tre luoghi a cui prestare particolare attenzione».

Il Centro studi sui rifugiati dell’Università di Yarmouk ha organizzato da voi in Giordania, a Irbid, per il 15-16 marzo 2016, la conferenza internazionale “Refugees, Security and Sustainable Development in the Middle East: The Need for North-South Dialogue”. Oggi com’è la situazione?
«Il motivo per cui Giordania e Libano accolgono tanti profughi è la naturale vicinanza. Un siriano ad arrivare in Giordania ci mette dieci minuti. Poi c’è il concetto dell’ospitalità, che per gli arabi è sacra, e poi c’è l’appartenenza religiosa; la gente dice: “Sono musulmani come noi”. Così la Giordania accoglie tre milioni di profughi su sei milioni di abitanti. Pensate se l’Italia accogliesse 30 milioni di persone. Si tratta di un fardello economico, sociale, lavorativo. Pensiamo solo all’acqua, di cui la Giordania è carente».

Mentre voi accogliete numeri così elevati, l’Europa alza i muri.
«Posso capire in parte la paura che fra questa gente ci siano infiltrati dell’Isis. Poi c’è sempre anche la paura dell’altro che non conosci. Un proverbio arabo dice che l’uomo è nemico di quello che non conosce. Tuttavia, finché nel mondo continuerà ad esserci una forbice sempre più larga fra ricchi e poveri, i ricchi dovranno pagare dazio».

 

© 2016 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 2 gennaio 2016

 

http://www.famigliacristiana.it/articolo/lahham_905611.aspx

 

 

 

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