Un velo che accalora

Oggi vorrei parlarvi del velo islamico, argomento “caldo”, che suscita sempre polemiche. Dopo che la Lombardia ha vietato niqab e burqa nelle strutture regionali, la questione del velo islamico è nuovamente tornata alla ribalta della cronaca. In questi giorni, poi, è stata acuita dal fatto che Debora Serracchiani, governatore del Friuli Venezia Giulia, e vicesegretario del Partito Democratico, si è fatta fotografare a Teheran con il capo coperto. Il senatore del Pd, Lodovico Sonego, ha dichiarato: «Si tratta di un’ostentazione della sottomissione della donna e della negazione dell’uguaglianza rispetto all’uomo». Lei ha risposto che, volente o dolente, se una donna vuole andare in Iran deve coprirsi il capo. Il che non è una novità. E infatti, sul sito “viaggiare sicuri” della Farnesina, si legge: “È importante che il visitatore si adegui alle norme di comportamento islamiche, in particolare per quanto riguarda la sfera sessuale e l’abbigliamento (maniche, pantaloni/gonne lunghi, foulard che copra il capo e il collo per le donne; pantaloni lunghi per gli uomini). Nei luoghi sacri non è ammesso l’uso delle maniche corte neanche per gli uomini”. Questa è la conditio sine qua non. Il che non esclude che si possa discutere sull’imposizione. Ma non mi risulta che nessuno stato che abbia avuto rapporti bilaterali con l’Iran si sia mai interessato a questo. E quindi polemica sterile. Va ricordato che le donne si velavano anche prima della rivelazione a Muhammad, e non è stata una pratica soltanto islamica, era diffusa anche nel cristianesimo, soprattutto nel mondo bizantino. Il Corano in proposito, nella Sura XXIV, 31, dice: “E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri, ai padri dei loro mariti, ai loro figli, ai figli dei loro mariti, ai loro fratelli, ai figli dei loro fratelli, ai figli delle loro sorelle, alle loro donne, alle schiave che possiedono, ai servi maschi che non hanno desiderio, ai ragazzi impuberi che non hanno interesse per le parti nascoste delle donne”.
E veniamo all’Italia. Per quanto riguarda le donne musulmane che ho intervistato, mi hanno detto che indossare il velo è per loro una scelta.
Certo, c’è velo e velo (ce ne sono di tanti tipi, ma mi limito a quelli più noti). Ci sono anche varie interpretazioni del testo coranico, ma possiamo riassumere così: una afferma che la donna può mostrare il viso. Ed ecco l’hijab, il foulard colorato, che avvolge i capelli, è la tipologia che più vediamo nelle nostre strade. Un’altra interpretazione, più restrittiva, asserisce invece che la donna è tenuta a coprire, non solo i capelli, ma anche il viso. Ed ecco il niqab, che lascia scoperti solo gli occhi. Evidentemente le donne che lo indossano ritengono che si tratti di un insegnamento appartenente a pieno all’Islam. Sono sincera, in questo caso io non condivido. Invece, la burqa, che molti citano a sproposito, è la tipica tunica azzurra delle donne afghane, con la retina davanti agli occhi. Chiaro simbolo di controllo patriarcale, è stato reso obbligatorio dai talebani nel 1996; dal 2011, quando le truppe internazionali sono entrate in Afghanistan, non è più obbligatorio. Ma per le donne delle zone rurali è difficile sottrarsi alla tradizione patriarcale, e comunque molte altre continuano ad indossarlo, probabilmente perché dà loro un senso di maggior sicurezza. Personalmente, in Italia non ne ho ancora visto uno. Questo è un po’ il sunto dei miei studi sul velo islamico, però siccome si tratta di una questione complessa, mi farebbe piacere il parere di donne musulmane.

© 2016 Romina Gobbo – 13 gennaio

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