Che la memoria resista, ma che non sia settaria

Il 27 gennaio di ogni anno si celebra la Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto, più nota come Giornata della memoria, istituita nel 2005 dall’Assemblea dell’Onu. Coincide con l’anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Vuole essere un momento di riflessione per non dimenticare i crimini che hanno segnato la storia dell’umanità, le vittime e le loro sofferenze, e per tramandare la memoria alle generazioni future.
Le stime parlano di milioni di ebrei uccisi nei campi di concentramento; assieme a loro, anche 500mila (o forse 800 secondo altri storici) persone dei popoli nomadi (porrajmos). Sui numeri ci sono sempre discordanze, ma va ricordato sempre come tutto questo avvenne con piena volontà di annientamento. Non a caso, la tematica sui diritti umani si impose dopo gli orrori della seconda guerra mondiale. L’Accordo di Londra, che istituì il Tribunale di Norimberga (8 agosto 1945), elencò, tra i reati contestati al regime nazista, i “crimini contro l’umanità” (omicidio, sterminio, riduzione in schiavitù, deportazione forzata di una popolazione, tortura, schiavitù sessuale, persecuzione contro un gruppo, o una collettività, per ragioni politiche, religiose, razziali, sparizione forzata di persone, crimine di apartheid), distinti dai crimini di guerra. Il 9 dicembre 1948, all’Onu fu siglata la “Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine di genocidio”; la stessa Convenzione fu recepita anche nello Statuto per i Tribunali dell’ex Jugoslavia e del Ruanda. Nel 1998, con lo Statuto di Roma, che istituì la Corte penale internazionale, il reato di “crimini contro l’umanità” è stato inserito fra i principali reati perseguiti dalla Corte.
La memoria deve “resistere” contro i tentativi di annullarla, e deve servire a ricordare tutti gli stermini, indistintamente. Ma la memoria deve anche un po’ essere lasciata “assopire”, quel tanto che basta per non fare del passato una giustificazione per imbruttirsi nel presente. “Non lasciate che il passato determini il vostro futuro” (maggio 2014, papa Francesco ai bambini del campo profughi di Dheisheh, Betlemme).

© 2016 Romina Gobbo

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