Il lungo cammino dei diritti

È meglio urlare contro la violenza, continuare a ribadire le carenze sul fronte della parità, oppure sottolineare gli spiragli di luce? Me lo chiedo sempre quando mi si propone di scrivere un articolo in occasione dell’8 marzo.

Però il fatto che il 29 febbraio 2016 si siano celebrati i vent’anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo, il più lungo della storia moderna, e che a Milano, fino al 23 marzo, presso la Scuola secondaria “Roberto Franceschi”, sia allestita la mostra “Srebrenica 1995-2015 – Ricomposta Memoria”, che ripercorre il massacro attraverso fotografie rielaborate dagli studenti, mi induce a scegliere di parlare di diritti. Perché se è vero che nella guerra dei Balcani le donne hanno pagato un prezzo altissimo, è anche vero che proprio da quei fatti il legislatore ha mutuato la definizione di “stupro etnico”. Non che nel passato la violenza sessuale non fosse utilizzata come mezzo di vendetta sul nemico, ma in Bosnia si è fatto un passo in più verso l’orrore: lo stupro è diventato “di massa”. Perpetrate dalle truppe serbo bosniache nei confronti delle donne bosniache di fede musulmana, queste azioni abominevoli avevano l’obiettivo di incidere sulla composizione etnica futura della comunità aggredita. Perché i figli nati sarebbero stati serbi, e perché da un trauma così forte, non ci si riprende, il che avrebbe inibito le donne abusate dall’affrontare altre gravidanze. Il Tribunale penale internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia (ICTY) stabilì che lo “stupro etnico”, da “atto lesivo del pudore della donna” fosse innalzato a “crimine contro l’umanità”.

Un passo avanti nel Diritto internazionale. A cosa serve? A processare e punire i responsabili, e come deterrente, affinché non accada di nuovo. Tutto risolto, dunque? Direi proprio di no. Le immagini che ci rimandano i telegiornali sono di una società sempre più violenta. È evidente che il processo di acquisizione del Diritto è lungo, difficile, e non perfetto. E, per quanto riguarda il cammino delle donne, è ancora più complesso, ostacolato a seconda dei Paesi, da fattori storici, economici, culturali, politici. Per limiti di spazio, non potrò essere esaustiva, ma vale la pena ricordare alcune tappe.

Per i primi passi bisogna tornare al 1900, quando la Società delle Nazioni deliberò la prima normativa di carattere sovranazionale per la protezione e la tutela di alcuni aspetti specifici della condizione femminile. Seguirono la Convenzione internazionale per la repressione della tratta delle donne e dei fanciulli (Ginevra, 30 settembre 1921), e la Convenzione per la repressione della tratta delle donne maggiorenni (Ginevra, 11 ottobre 1933). Nello stesso periodo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) intraprese un’opera di protezione nei confronti delle lavoratrici, rivolta principalmente ad escludere le donne dai lavori più pesanti e mal retribuiti. Ma è solo dal secondo dopoguerra che si assiste ad un processo di implementazione dei diritti in generale, e delle donne in particolare. La Carta delle Nazioni Unite (S. Francisco, 26 giugno 1945), nel preambolo dichiara l’intendimento di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nell’uguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne…”.

Anche la Dichiarazione Universale dei diritti umani (Parigi, 10 dicembre 1948) nel preambolo contiene un esplicito riferimento all’uguaglianza dei diritti dell’uomo e della donna. Nel 1949, viene deliberata la Convenzione per l’abolizione del traffico delle persone e dello sfruttamento della prostituzione. Nel 1960, la Conferenza generale dell’Unesco vieta le discriminazioni basate sul sesso, in ambito educativo.

Più difficile la difesa dei diritti durante i conflitti armati. Ancora una volta sono le donne a subire le maggiori conseguenze, in quanto vittime di distruzioni materiali, violenze morali e fisiche, impoverimento e perdita di affetti. Per questo, le quattro Convenzioni di Ginevra (12/8/1949) e i due Protocolli aggiuntivi (8/6/1977) hanno riservato alla condizione femminile 40 articoli sui 560 totali.

La Dichiarazione sull’eliminazione della discriminazione nei confronti delle donne (1967) viene perfezionata dalla Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione nei confronti delle donne (1981), definita la “Carta dei diritti femminili”: mette in evidenza il contributo delle donne alla vita sociale, economica, politica.

Con la Dichiarazione di Vienna, del 1993, per la prima volta si dà una definizione chiara del concetto di violenza, che viene ricondotto, non solo alla dimensione pubblica, ma anche a quella privata. L’idea di violenza comprende il danno fisico, sessuale e psicologico derivante da atti, quali lo stupro, le mutilazioni genitali, la violenza connessa alla dote o allo sfruttamento, al traffico delle donne e alla prostituzione forzata, ma anche la violenza domestica sotto forma di percosse o di violenza sessuale, e l’intimidazione sessuale sul lavoro.

Le quattro Conferenze globali sulle donne (anni 1975-1995), convocate dalle Nazioni Unite, rappresentano un piano d’azione efficace per il progresso delle donne in ogni luogo, e in tutte le sfere della vita pubblica o privata. Soprattutto, la lotta per l’uguaglianza è così entrata a far parte dell’Agenda internazionale.

La Convenzione di Istanbul, datata 11 maggio 2011, ha ribadito le tipologie di violenza, mettendo l’accento su quella più diffusa, ovvero la violenza domestica. L’altro aspetto interessante è che viene sottolineata l’importanza del finanziamento e della costruzione di centri antiviolenza, passando da parole astratte a misure concrete.

© 2016 Romina Gobbo

pubblicato su il Punto, settimanale di Creazzo (Vicenza) – 6 marzo 2016

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