Abbandonato a 11 anni – deve tornare in Bangladesh

Questa è la storia vera di Rashid (nome di fantasia), ragazzino si trovi “in bilico” tra la sua origine straniera e la sua residenza in Italia. In questi giorni una vicenda scuote Schio, paese della provincia di Vicenza. Un ragazzino bengalese, di undici anni, ben integrato a scuola, è stato riportato in Bangladesh e affidato ai nonni, perché in Italia non c’è più nessuno che se ne possa occupare. La madre ha scelto di rifarsi una vita in un’altra città, lasciandolo agli zii, il padre è in carcere. Ma proprio quegli zii che finora hanno accudito il nipote, devono trasferirsi a Londra per lavoro e non possono portarlo con loro, perché non c’è il consenso del padre. «Come Comune, abbiamo avuto notizie di questa famiglia fino a settembre 2015, perché l’avevamo seguita dopo che il marito era stato arrestato. Il percorso di sostegno aveva avuto un buon esito. La famiglia allargata, con la mamma e gli zii, aveva raggiunto una certa autonomia e serenità. Sugli avvenimenti successivi sappiamo poco», spiega l’assessore comunale ai Servizi sociali, Cristina Marigo.

Tutto questo ha fatto partire una mobilitazione a favore del ritorno del ragazzino in Italia, dove – è pensiero comune – avrebbe una vita migliore. Ma forse ancora una volta il giudizio è dettato dalla pancia. «Sicuramente è vero che i bambini qui hanno maggiori possibilità. E mi risulta che lui sia davvero un bravo scolaro – dice ancora la Marigo -. Però è anche vero che il rapporto con il nucleo familiare rimane la cosa più importante. Da mamma mi viene da dire, ma se lo riportiamo in Italia poi con chi sta? È difficile giudicare, anche se posso capire che la mobilitazione per il suo ritorno viene dal cuore. Ma chi siamo noi per sapere che cosa è meglio per lui? Probabilmente a casa sua ha una rete familiare che lo sostiene, e che qui almeno per il momento mancherebbe». Nel frattempo, il dottor Mauro Ciccarese, direttore dell’Unità operativa Infanzia, Adolescenza, Famiglia, dell’Ulss 4 Alto Vicentino, sta verificando che l’espatrio sia stato regolare, e se sussistono possibilità affinché il ragazzo possa tornare in Italia o partire per l’Inghilterra con gli zii, a cui il giudice tutelare di Vicenza l’aveva provvisoriamente affidato. «Stiamo cercando di capire meglio la posizione degli zii – afferma -, se c’è ancora quell’interesse affettivo nei confronti del nipote che avevano manifestato al momento dell’affido, e se come Istituzione possiamo in qualche modo intervenire sempre a tutela del minore, e in collaborazione con l’autorità giudiziaria. Non dimentichiamo che il ragazzino, anche se ha alle spalle un’esperienza di disagio familiare, ha ancora i genitori, e questi vivono in Italia».

«Quello che sappiamo è che il bambino in Bangladesh starà con i nonni e che continuerà a frequentare la scuola. Da noi ha cominciato con la prima elementare, oggi è in quinta, quindi ha percorso tutto il ciclo scolastico con grande capacità, si è sempre applicato molto, parla benissimo l’italiano e si è ben integrato – spiega Emilia Pozza, dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo Statale 3 di Schio -. Sui nostri 1.200 studenti, il 10% è di origine straniera, ma anni fa la media era molto più alta. Sempre più famiglie straniere lasciano l’Italia perché non c’è più lavoro. Oppure succede che rimane qui il padre, che si arrangia con meno, e rimanda la moglie e i figli al paese di origine. Così, molti ragazzi, dopo aver imparato la lingua italiana, le nostre leggi, essersi creati degli amici, devono partire verso un luogo dove dovranno ricominciare. Si ritrovano sradicati».

© 2016 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire (Attualità: la storia) – mercoledì 1 giugno 2016 – pag. 10 (richiamo in prima)

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