Quando la telecamera indulge sulla tragedia

In questi giorni concitati di telecamere sempre puntate sul dolore, mi domando come si conciliano il diritto all’informazione con il diritto delle persone a non essere “saccheggiate” della loro vita. Può sembrare strano che a chiederselo sia proprio una persona come me che del diritto all’informazione ha fatto la sua professione. Sono consapevole che il giornalismo vive di storie. Al pubblico le storie piacciono, quelle tristi di chi non ce l’ha fatta, e quelle felici, di chi invece se l’è cavata. Guai, però, a non riflettere ogni volta che si deve dare una notizia, soprattutto quando essa riguarda una tragedia. La conta dei morti fa parte del mestiere. Ma, attenzione, che i morti non sono numeri, hanno nomi e volti, attenzione che non venga meno la sensibilità nello sguardo. «Il cinico non è adatto a questo mestiere»: è la grande lezione di Ryszard Kapuscinski, padre del giornalismo sociale, che io amo definire “un autorevolissimo collega”.

© 2016 Romina Gobbo (26 agosto)

 

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