Suor Francesca Fiorese. Una suora fra manager e operai

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Suor Francesca Fiorese (ph Romina Gobbo)

«Mi hanno dato una Ferrari e io ho la patente solo della bicicletta»: risponde così suor Francesca Fiorese, della congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, alla domanda su come si sente dopo essere stata nominata alla guida dell’Ufficio di Pastorale sociale della Diocesi di Padova, dal vescovo monsignor Claudio Cipolla. «Ma – continua – la nostra Diocesi, come esperienza di pastorale, è proprio una Ferrari, ha un pensiero, una concretezza di iniziative, che dicono che davvero il Vangelo può trasformare la società. Percepisco tutto il timore di un impegno più grande di me, ma so di poter contare su validi collaboratori, e su di una Chiesa affettuosa, capace di darmi fiducia. Certo, la responsabilità sarà mia e le decisioni finali dovrò prenderle io, però so che non sarò sola in quello che per me è un servizio non un ruolo di potere». Bresciana, 45 anni (ma ne dimostra almeno dieci di meno), con un sorriso che ti conquista, suor Francesca è di una simpatia unica. Laureata in Giurisprudenza, di sé dice: «Volevo fare la poliziotta, ma poi alla questura ho preferito il convento. Sono golosa, non mangio in maniera regolare, la sera mi perdo a chiacchierare e qualche volta la mattina mi scordo la messa». La sua prima professione risale al 2001, quella perpetua al 2007, con un’adesione totale al carisma delle suore operaie. «Il mondo dentro l’eucaristia, per me è il mondo del lavoro. Mi viene spontaneo pregare per i disoccupati, anche in una dimensione di giustizia. Il lavoro dice tanto della persona, dice la sua spiritualità, la sua corporeità, dice il suo valore e il valore che ha per chi le sta accanto. Perciò è importante garantire uno spazio di lavoro a ciascuno, come strumento di realizzazione personale, ma anche di costruzione della società». Dal 2012 suor Francesca fa parte dell’équipe della Cappellania di San Giuseppe Lavoratore che si occupa della cura pastorale dei lavoratori della Zip, Zona Industriale di Padova. «A noi suore operaie piace assimilare il lavoro all’opera di Dio. Prendiamo i restauratori: sanno tirar fuori la bellezza da qualcosa che si è rovinato, e non scartano niente, come fa il nostro Signore. Oppure chi lavora con le scarpe. Siamo andati un venerdì santo in un calzaturificio. Ho parlato della lavanda dei piedi e della Lettera di san Paolo ai Romani: “Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene!” Rifarsi a questo non è poesia, è sentire la Parola, sentire che è vera, è sentore che il Regno si realizza nella solidarietà. I dipendenti di un’azienda vicino a noi hanno fatto un picchetto per ottenere delle migliorie, lì bisogna esserci. Sennò dov’è la Chiesa? Però mai porsi in atteggiamento di contrapposizione». Quasi un migliaio le fabbriche visitate – elettromeccaniche, di logistica, servizi, idraulica, concessionarie di auto, l’interporto e l’ortomercato -, condividendo gioie e sofferenze dei lavoratori, ma anche dei datori di lavoro. «Un’azienda esiste per l’impegno di tutti. Noi richiamiamo al rispetto, alla collaborazione, alla corresponsabilità. Ogni anno a maggio organizziamo una gita, vengono tutti – dirigenti, operai e imprenditori – con le famiglie». Il cuore naturalmente è con i disoccupati, e anche suor Francesca ha provato l’esperienza del licenziamento. «Era il 2009, e la stampa dette anche troppo rilievo ad un episodio che dipese dal fatto che l’ufficio della Lega Consumatori delle Acli con il quale collaboravo, dovette chiudere per mancanza di fondi. Per me non fu un evento così drammatico come può esserlo per una famiglia, però mi ha aiutato a capire il significato della precarietà». “Bussate e vi sarà aperto”, oppure qualche volta anche no? «Noi andiamo nelle fabbriche con una modalità molto familiare. Bussiamo, se ci aprono bene, altrimenti andiamo via, e magari ritorniamo successivamente. Con i lavoratori, facciamo una chiacchierata, ci raccontano come va con la famiglia, a Natale e Pasqua ricordiamo che c’è la possibilità di una preghiera. Se sono disponibili, si fa. A volte sono i padroni a chiamarci per la benedizione dell’azienda. Altre volte non ci aprono, perché non vogliono essere disturbati, oppure perché pensano che chiediamo soldi. Ma noi non prendiamo offerte. Andare per chiedere, significa rovinare la faccia a nostro Signore, che è venuto gratuitamente».

suor francescaC’è qualche aneddoto particolare? «Ricordo il primissimo incontro, era Natale. Dovevamo fare la preghiera in una concessionaria di auto. Quando siamo arrivate, le facce erano tristi, tese. I vertici dell’azienda avevano appena comunicato che con l’anno nuovo non avrebbero più riaperto. Ho cominciato a chiedermi: e adesso che cosa dico? Ce ne andiamo oppure leggiamo lo stesso la Parola? Abbiamo deciso di restare e lì mi sono accorta che è proprio vero che la Parola è come una spada che trafigge il cuore. Un uomo dalla stazza enorme si è messo a piangere. Si sarebbe permesso quelle lacrime davanti alla moglie? Ha potuto metterle nella Parola. Il Signore è con noi e riesce a liberare le lacrime. Quando ce ne siamo andati, i volti erano distesi. Hanno sperimentato che c’è una forza più grande, capace di sostenere anche un momento così duro che rischiava di sovrastarli. Il Signore è amore, un amore che ci fa vivere. Lo spiego con le parole, ma soprattutto lasciando trasparire quanto tutto questo mi ha trasformata». Francesca era una giovane timida, suor Francesca è una forza della natura.

© 2016 Romina Gobbo

pubblicato su Credere anno IV n. 35  – domenica 28 agosto 2016 – pagg. 22, 23, 24

 

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