Il Paese che non impara mai dai terremoti

Che ci piaccia o no, dobbiamo cominciare a pensare a una cultura di prevenzione. Perché la nostra penisola, per la sua posizione di confine tra le due placche – quella africana che spinge verso Nord e quella euroasiatica – è tra i paesi europei il più vulnerabile. Ce lo spiega Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi. «Le zone di confine sono molto dinamiche dal punto di vista della crosta terrestre, pertanto sono a rischio sismico, vulcanico e geologico. Insomma, non ci facciamo mancare nulla».

Dottor Peduto, c’entra soltanto la natura, o c’è anche la mano dell’uomo?

«La mano dell’uomo c’entra molto, perché è vero che stiamo parlando di fenomeni naturali, ma è altrettanto vero che dobbiamo imparare a convivere con questi aspetti del nostro territorio, che è un territorio vivo, che si muove, si agita, fa sentire la sua presenza. Dobbiamo imparare a conoscerne le caratteristiche per poter poi agire di conseguenza. Tra l’altro, abbiamo poca memoria storica, perché siamo percorsi continuamente da eventi sismici – basta pensare all’Emilia, all’Aquila… – ne parliamo per qualche giorno e poi dalla settimana successiva ce ne dimentichiamo».

Prevenire si deve, prevedere non si può.

«Assolutamente no, sono talmente tante le variabili che entrano in gioco, che è proprio impossibile. Chi dice il contrario, è un ciarlatano».

Le sue stime sono di 24 milioni di italiani a rischio. Un numero elevatissimo.

«Sì, perché il rischio più elevato è lungo la dorsale appenninica poi, man mano che dalla dorsale ci allontaniamo, sia verso la zona adriatica che quella tirrenica, le criticità tendono a diminuire, ma non a scomparire. L’Italia intera è ad alto rischio, proprio perché è geologicamente giovane e di frontiera. Non ci sono aree totalmente esenti».

La legislazione italiana è adeguata?

«In parte sì, ma si potrebbe fare meglio. Dopo il terremoto dell’Aquila, ci fu una stretta nella normativa antisismica, ma l’applicazione corretta è ancora appannaggio di poche regioni».

A chi dice che prevenire costa troppo che si risponde?

«Che hanno parzialmente ragione. Costa un bel po’, ma non tantissimo. Quello che bisognerebbe mettere in atto è una vera e propria pianificazione, anche di qualche decennio. Innanzitutto, mettere in sicurezza gli edifici pubblici, a partire da quelli strategici. Non è possibile che – come è successo ad Amandola – un ospedale, che è un luogo strategico, non solo perché ospita dei malati, ma anche perché serve per i feriti dell’evento sismico -, venga invece evacuato perché a rischio. In Italia sono tantissimi gli edifici pubblici non a norma. Dunque, la messa in sicurezza di questi, ma anche il coinvolgimento del privato, con politiche di incentivazione, affinché i privati intervengano sulla propria casa. Ecco perché noi portiamo avanti iniziative come quella dell’obbligo del fascicolo del fabbricato, che contenga tutti i dati importanti: quando è stato costruito, le ristrutturazioni effettuate, il certificato sismico. E questo dovrebbe influire anche sul valore economico dell’edificio: la casa dotata di certificato che ne attesta la sicurezza è giusto che valga di più. Se venisse fatto questo, si accenderebbe una lampadina negli italiani. Voglio vendere la mia casa? Prima la metto in sicurezza».

© 2016 Romina Gobbo

pubblicato su Famiglia Cristiana n. 36  – domenica 4 settembre 2016 – pag. 28

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