Vicenza. Profughi, il seminario apre le porte all’accoglienza

Storie sentite tante volte. Ma quando qualcuno ti racconta la sua, guardandoti negli occhi, è come se quella storia ti appartenesse. Patrick, nigeriano, insieme ad altri suoi coetanei viene rapito, incappucciato e picchiato, non sa quanti giorni ha vagato nel deserto. Si ritrova stipato in un barcone, non ha importanza quanto è capiente, più gente sale, più c’è guadagno. Fino a qualche anno fa, gli sbarchi d’inverno diminuivano, adesso non più: ai trafficanti di uomini non interessa che il carico raggiunga vivo la destinazione. Avuto il denaro, che arrivino esseri umani oppure cadaveri, non è più affar loro. Ci sono barconi che resistono alla traversata, altri che vanno alla deriva, allora interviene la Marina Militare. Patrick approda in Italia, in un posto che – gli dicono – si chiama Palermo. Da lì il viaggio in bus verso Vicenza, città mai sentita prima. Per questo nell’edificio dove viene alloggiato c’è la cartina geografica. Patrick è uno dei trentasei ragazzi, dai 18 ai 35 anni, provenienti la gran parte dall’Africa (Camerun, Guinea, Nigeria, Togo), da Pakistan e Bangladesh, anglofoni e francofoni, alcuni analfabeti, parlano a malapena il proprio dialetto, musulmani e cristiani, per lo più arrivati in infradito e maniche corte. Ospitati dalla prima settimana di novembre nel Seminario vescovile, nei locali dell’ex comunità vocazionale “Il Mandorlo”, a seguito di un accordo con la Prefettura che si concluderà a giugno 2017, sono già entrati nell’ingranaggio burocratico delle richieste d’asilo. La Diocesi intende rispondere alle emergenze, pertanto, mano a mano che i comuni della provincia si diranno disponibili, i ragazzi verranno trasferiti. Perché il criterio è l’accoglienza diffusa, grazie alla collaborazione con la Caritas diocesana, «il Seminario non deve trasformarsi in una comunità residenziale», spiega il rettore, don Carlo Guidolin.

Patrick è cattolico, e quando capisce di essere nel luogo dove si formano i preti, è felice; davanti a don Carlo si inginocchia. Racconta orgoglioso di essere andato ad assistere alla messa in Cattedrale, ma non ha capito granché, perché lui parla solo inglese, mentre la celebrazione era in italiano. Ha una gran fretta di imparare la nuova lingua. «Finora il fatto che provengano da Paesi diversi non ha creato alcun problema – riprende don Carlo -. Sono in armonia tra di loro; li accomuna l’aver lasciato casa e famiglia e lo sforzo di dover comprendere un mondo nuovo».

Della gestione quotidiana si occupa il personale della Croce Rossa Italiana, che risiede assieme, e organizza le giornate. La responsabilizzazione passa anche attraverso il lavaggio dei piatti e la pulizia dei locali; qualcuno, più autonomo, è già andato a fare la spesa. «Quando finalmente queste persone toccano il suolo italiano, dopo viaggi terribili e lunghissimi, ci dimostrano gratitudine perché sanno di essere finalmente libere dalle persecuzioni. Poi però, se diamo loro solo un tetto e del cibo, finiscono con il sentirsi frustrati. Da qui le varie attività che proponiamo», dice il vicentino Antonio Zuliani, psicologo, referente nazionale del Servizio psico-sociale della Croce Rossa Italiana, che si occupa anche della formazione degli educatori.

«A pelle, i migranti sono un “disturbo” – conclude don Guidolin -. Anche se noi veneti siamo andati all’estero, l’accoglienza non è nel nostro dna. Ci sentiamo a disagio davanti a persone che portano con sé un’altra cultura, altre tradizioni, spesso un’altra religione. La paura ci pone sulla difensiva, invece lasciamoci disturbare, lasciamoci interrogare. Le loro storie ci aiutano a capire quanta forza ha l’umanità. E ridimensionano le nostre lamentele. Vengono qui per far ripartire la loro vita. Pensiamoci».

© 2016 Romina Gobbo 
pubblicato su Avvenire – Attualità – martedì 29 novembre 2016 – pag. 12

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