Vicenza. Pace tra partigiano e figlia della vittima

«Credo molto nella pace». E così Anna Vescovi, figlia di Giulio, podestà, ucciso durante quello che è passato alla storia come l’Eccidio di Schio (Vicenza), ha cominciato a pensare di voler conoscere Valentino Bortoloso, 94 anni, che di quell’azione è uno dei responsabili. Un percorso complesso, sofferto, ma oggi questo riavvicinamento ha anche il beneplacito del vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol. Dice padre Guido Bertagna, impegnato sul fronte della giustizia riparativa, che le persone «devono prima riappacificarsi con sé stesse, con la propria storia e poi, dove è possibile, anche con gli altri».

Anna e Valentino ci sono riusciti, pur nella consapevolezza che l’Eccidio scledense rappresenta una ferita che continua a pesare come un macigno sulla storia della città. A guerra già conclusa, nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, alcuni ex partigiani entrarono nel carcere mandamentale di Schio e ammazzarono 54 detenuti (altri 17 rimasero feriti). Dovevano essere tutti fascisti, in realtà, secondo le ricostruzioni storiche, non era così, anzi, per alcuni, erano ancora in corso gli accertamenti della posizione. Fu una rappresaglia per l’uccisione, da parte delle Brigate Nere, del partigiano Giacomo Bogotto, e per la strage di Pedescala, 82 civili ammazzati dai tedeschi in ritirata.

La scorsa primavera, Bortoloso, nome di battaglia “Teppa”, aveva ricevuto una medaglia al valor militare dallo Stato italiano, perché prima dell’eccidio era stato un eroe della Liberazione. Ma poi, a seguito delle proteste di alcuni parenti delle vittime, la medaglia gli era stata revocata. Mentre la stampa con Bortoloso non era andata leggera, l’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) l’aveva difeso, ricordando il suo “contributo alla sconfitta del nazismo e del fascismo”. E anche perché, dopo una condanna a morte, poi commutata in ergastolo e quindi amnistiata, ha chiuso col passato. Ma proprio quell’episodio aveva fatto nascere in Anna la voglia di contattare Bortoloso. Così la signora ha preso coraggio e gli ha scritto, è iniziata una fase interlocutoria di corrispondenza, poi, il 2 novembre 2016, è avvenuto l’incontro. «L’abbiamo fatto nell’ottica della misericordia, perché noi due siamo gli ultimi toccati direttamente. Lui è l’ultimo degli esecutori, io sono l’ultima viva delle vittime dirette, gli altri sono nipoti o hanno altri gradi di parentela. E poi comunque mio padre era il podestà». Pace fatta insomma tra la figlia di uno dei morti più autorevoli e l’ultimo membro del commando ancora in vita. «Sono andata da Valentino da sola e lui ha capito questo mio gesto. Io cerco di vedere le dinamiche, non do giudizi morali. Provo a capire il perché, vedo le cose in un contesto in senso evolutivo, si deve camminare in avanti». Si tratta di un perdono? «Non lo considero un perdono, bensì una riappacificazione, un deporre le armi. Non provo rancore, non provo odio. Sono nata nel 1943, pertanto non sono neanche testimone diretta della situazione del tempo».

Un passo importante fu il “Patto di Concordia Civica”, sottoscritto pubblicamente nel 2005 fra rappresentanti del Comune di Schio, del Comitato familiari delle vittime, dell’Anpi e dell’Avl (Associazione volontari della libertà). Nel Patto si riconosceva “il dolore reciproco, non come un fattore di disunione, ma come cemento della nostra ritrovata concordia civica” e si promuovevano incontri di riconciliazione. Questo percorso, poi, si è arenato, perché la vicenda continua ad essere strumentalizzata dalla politica. Ma Anna la sua scelta personale l’ha fatta.

E di suo padre che ricordo ha? «Era un uomo di equilibrio, laureato in legge. Tutti me ne hanno parlato bene».

© 2017 Romina Gobbo 

pubblicato su Avvenire – Attualità – 4 febbraio

 

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