Dalla parte delle bambine, delle ragazze e delle donne africane – From the side of little girls, girls and African women – من جانب الفتيات الصغيرات والفتيات والنساء الأفريقيات

Joyce, 16 anni, del Burkina Faso, voleva studiare, ma viveva con la nonna che non poteva mantenerla. Le si avvicina una signora, la convince che lavorando nel suo ristorante può realizzare tutti i suoi sogni e invece la butta per strada. Ogni uomo che la voleva era “uno strappo della sua anima”, dice il racconto pubblicato nell’opuscolo realizzato da Thalita Kum, rete internazionale della vita consacrata contro la tratta di persone.
Ieri era la Giornata di preghiera contro la tratta degli esseri umani. Non ho pubblicato nulla sull’argomento, perché ho imparato che è sempre meglio che io lasci un po’ decantare i miei “pensieri di guerra”. Oggi però ero a Mestre ad ascoltare Luciano Scalettari e Francesco Cavalli che raccontavano del loro progetto #dallapartedinice a sostegno delle bambine, ragazze e donne africane. I loro reportage raccontano storie come quella di Joyce, ma c’è anche un lieto fine, ci sono centri che aiutano le ragazze a ritornare ad una vita normale. Loro li hanno visitati in Africa, ma ce ne sono anche in Italia. A Casa Rut fondata da suor Rita Giaretta, vivono tante donne strappate alla strada e tanti bambini sono nati. Questa è la buona notizia, ma non basta, bisogna spezzare il rapporto domanda-offerta. «Ci sono troppi uomini, giovani adulti, anche anziani, fidanzati, singoli, sposati, che vanno a comprare queste ragazze, che le riducono a merce – dice suor Rita -. Perché c’è una domanda così alta? Perché ci sono dalle 25mila alle 40mila ragazze straniere in schiavitù? Perché tanti milioni di clienti? “Uomo”, dove sei, dove stai andando, cosa stai cercando? Quale relazione stai tentando di costruire in questo modo?». Quando una storia ti abita dentro, non ti lascia più. L’ho sentito dire a Rita e l’ho sentito dire oggi a Luciano e Francesco. Farsi abitare da storie così dure è il modo giusto per abbattere l’indifferenza.

© 2017 Romina Gobbo – 9 febbraio

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