Marveille, 11 anni, la chiamavano strega

Si chiamano Marveille, Grace, Wangare, Jamimah, Nice, Kate, Neema, hanno il profumo dell’adolescenza e un sorriso che ti conquista. Qualche volta la spensieratezza è offuscata dai ricordi, ma la loro “seconda vita” è connotata dall’aver ritrovato la capacità di sognare.

Sono le ragazze protagoniste del progetto #dallapartediNice, ideato da un pool di giornalisti – Roberto Cavalieri, Francesco Cavalli, Davide Demichelis, Angelo Ferrari, Raffaele Masto, Alessandro Rocca, Luciano Scalettari – riuniti nel sodalizio “Hic Sunt Leones”, accomunati dall’essersi sporcati le scarpe in terra d’Africa, raccontando negli ultimi vent’anni guerre, miseria e carestie.

Un momento della serata dedicata al progetto #dallapartediNice (foto di Romina Gobbo). In copertina: Marveille, in primo piano, con il vestito azzurro (foto di Francesco Cavalli)

Un momento della serata dedicata al progetto #dallapartediNice (foto di Romina Gobbo). In copertina: Marveille, in primo piano, con il vestito azzurro (foto di Francesco Cavalli)

Ma l’Africa in realtà non ti lascia mai, la sua gente ti entra dentro prepotentemente, allora bisognava fare di più. Lo hanno spiegato, giovedì 9 febbraio al Centro culturale “Kolbe” di Mestre, nell’ambito di un’iniziativa organizzata dalla Cooperativa sociale Gea, Cavalli e Scalettari, di ritorno da Kenya e Repubblica Democratica del Congo, moderati da Alberto Laggia, giornalista di Famiglia Cristiana, e accompagnati dalla voce di Lella Costa.

«Se educhi un bambino maschio, educhi una persona; se educhi una bambina, educhi una comunità», ricorda Lella Costa. «Investire nel microcredito in Asia e in Africa ha sempre funzionato con le donne, perché sono affidabili. La capacità di progettare il futuro anche nelle situazioni più estreme – guerre, distruzioni, calamità, malattie – passa sempre attraverso le donne, le quali anche se ferite oltre l’inimmaginabile, come nel caso delle mutilazioni genitali,  sono sempre state capaci di rialzarsi e progettare un futuro».

Primo passo del progetto sarà la realizzazione di un film documentario in sette episodi, che racconti le storie di sette ragazze, che ne rappresentano molte di più, sette volti simbolici di chi è riuscito a spezzare la catena delle mutilazioni genitali femminili e del controllo maschile sul corpo e sulla vita di donne/bambine. Dalle bambine Masai (alle quali la tradizione vieta di rivolgere la parola al padre, figuriamoci contraddirlo), alle bambine di strada di Nairobi, a quelle che vivono in Paesi in guerra, come il Sud Sudan, a quelle costrette a scappare come profughe, come in Nigeria, a quelle accusate di stregoneria, come in Congo. Ma l’obiettivo è molto più ambizioso, si tratta di ridare dignità a tante ragazze che hanno sofferto, ma che hanno saputo dimostrare una grande forza, andando contro tradizioni millenarie, ma anche dar loro visibilità, utilizzando tutti i mezzi narrativi che la multimedialità offre.

Marveille con altre ospiti di Ek'Abana davanti all'ingresso della comunità (foto di Francesco Cavalli)

Marveille con altre ospiti di Ek’Abana davanti all’ingresso della comunità (foto di Francesco Cavalli)

«Quello che in tanti anni di attività abbiamo capito», ha spiegato Francesco Cavalli, «è che riuscire a raccontare qualcosa dell’Africa – che non sia il genocidio in Rwanda, o la guerra in Somalia, o gli scontri in Kenya dopo le elezioni del 2008 – non è proprio possibile. A chi può interessare la storia di una bambina Masai di otto anni che scappa dalla sua famiglia perché rifiuta la mutilazione genitale (FGM) e fa diventare poi la sua ragione di vita evitare il “taglio” ad altre bambine? La televisione italiana non ha certo interesse a portare alla luce queste storie. La ragazzina che ho citato è Nice Nailantei Leng’ete, oggi ha 24 anni, ed è operatrice di Amref, che si batte per l’eliminazione delle FGM. A lei abbiamo voluto intitolare il nostro progetto. Mentre una delle nostre protagoniste è Grace: lei la mutilazione genitale l’ha subita a otto anni. A 12 è scappata da casa, perché suo padre le ha fatto conoscere il futuro sposo, un uomo di cinquant’anni, con già altre sette mogli, e parecchi figli, probabilmente più grandi di età della stessa Grace. Quando ha visto quest’uomo non ha retto, la mutilazione genitale l’aveva sopportata, perché è parte della cultura masai, ma la cosa che l’ha totalmente sconvolta è stato sapere che doversi sposare con quell’uomo avrebbe voluto dire non poter più studiare, avrebbe dovuto smettere di andare a scuola».

«Per i nostri figli studiare è spesso considerato un peso, in Africa è per tutti un’opportunità. Dunque, chi può studiare, la ritiene una grandissima fortuna», aggiunge Scalettari, che racconta anche l’altra esperienza fortissima, in Congo, a Bukavu, presso il centro Ek’abana (in lingua swahili, ha un duplice significato: “La casa dei bambini” e “I bambini hanno una casa”) aperto da suor Natalina Isella, che dal 2001 accoglie le ragazzine accusate di essere streghe. «Una bambina aveva attorno un copertone, stavano per darle fuoco, un’altra stava per essere lapidata con delle pietre, a un’altra ancora volevano incendiare l’abitazione con dentro tutta la famiglia dentro». Storie di ordinaria follia le chiameremmo noi, storie reali in Congo, uno dei Paesi più poveri del mondo. «Ma potrebbe essere tra i più ricchi», continua Scalettari. «Siamo a poca distanza dalle miniere d’oro e di diamanti della parte orientale del Paese, dove si trova anche la seconda foresta più grande del pianeta dopo l’Amazzonia. Il Congo è definito uno “scandalo geologico” per le sue ricchezze naturali. Ma lo scandalo è che i congolesi dovrebbero essere ricchissimi e invece sono poverissimi».

In questa situazione non è raro che una famiglia si sbarazzi di una bocca in più da sfamare con la scusa che sia posseduta dal demonio. Mettiamoci, poi, la situazione politica violenta e instabile, mettiamoci anche che l’istruzione resta un lusso per pochi, possiamo cominciare a capire che la stregoneria è anche un modo per giustificare una malattia, il crollo della casa, un lutto improvviso.

Ek’abana è sorta nel 2001, quando dei poliziotti, avendo trovato tre ragazze abbandonate per strada, le hanno affidate a suor Natalina. Da allora ne ha accolte più o meno 400; oggi ne ospita 15. Le salva dai pericoli della strada, cura le loro ferite spirituali e fisiche, offre loro l’opportunità dell’istruzione e di una formazione professionale, ma soprattutto le rende consapevoli del loro valore. «La cosa che mi ha colpito», conclude Scalettari, «è che Natalina accoglie tutte queste bambine scacciate dalla famiglia o dalla comunità e ne fa delle donne che non credono più che esista la stregoneria, credono invece di poter avere dei diritti e un futuro migliore».

© 2017 Romina Gobbo 

pubblicato su famigliacristiana.it – 13 febbraio

http://www.famigliacristiana.it/articolo/marveille-11-anni-la-chiamavano-strega.aspx

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