«Ma porti il velo sempre, sempre, sempre?»

«Ma porti il velo sempre, sempre, sempre?» «Anche sotto la doccia?» «Anche quando dormi?» Sono domande che la graphic journalist italo-tunisina Takoua Ben Mohamed, si è sentita spesso rivolgere, e alle quali lei risponde prima con un sorriso, poi cercando di spiegare. Spiegazioni che non bastano mai, visto che 9 su 10 donne musulmane velate si sono sentite rivolgere le stesse domande. E allora ripartiamo da qui e, in occasione del mese dedicato alla donna, cerchiamo di dare un punto di vista diverso.

Ho conosciuto Fatima, Vivienne, Salowa, Mounya, Naima… e tante altre. Donne italiane e donne straniere, accomunate dal fatto di essere prima di tutto donne, ma anche di religione islamica. Come io sono di religione cristiana e come la mia amica Laura è buddista. Sono donne che lavorano, gestiscono una famiglia, alcune studiano; sono donne che amano discutere, confrontarsi, qualcuna è entrata in politica, qualcun’altra lavora per i diritti delle donne. E amano stare a chiacchierare con le altre donne, offrendo loro un tè e quei dolcetti zuccherosi, mielosi, tipici del mondo arabo. Mi sono chiesta che cosa c’entrano loro con l’immagine stereotipata della donna musulmana come sottomessa e costretta sotto un velo, che i media diffondono. Allora ho scelto di studiare e di confrontarmi, di provare a capire. L’Islam non è un monolite, è una religione dinamica, che subisce, però, le influenze del Paese dove è praticata. Spesso, per quanto attiene alla figura femminile, la tradizione maschilista e patriarcale prevale sul Corano. Il libro sacro dell’Islam, contrariamente a quanto si pensa, ha salvato la vita di tante donne, vietando pratiche come l’uccisione delle bambine che in epoca pre-islamica venivano sepolte vive, ma ha anche dato alle donne personalità giuridica quando prima erano considerate alla stregua di un oggetto. Parlando di tradizioni patriarcali – che va detto, non riguardano tutti gli uomini arabi, ma alcuni, che giustificano le loro imposizioni con la gelosia, mentre io penso che sia questione di ignoranza -, non dovremmo stupirci noi italiani. Il nostro Codice penale (meglio conosciuto come Codice “Rocco”, dal nome del suo principale estensore, e tuttora in vigore, nda) ha abolito il cosiddetto “delitto d’onore” solo nel 1981. Prevedeva la riduzione di un terzo della pena per chiunque uccidesse la moglie, la figlia o la sorella per difendere l’onore suo o della famiglia, e sanciva il matrimonio riparatore, che prevedeva l’estinzione del reato di stupro nel caso in cui l’abusante accettasse di sposare la sua vittima.

E vogliamo parlare dei femminicidi di casa nostra? 152 nel 2014, si cui 117 uccise all’interno della famiglia. Un dramma rispetto al quale nessuno può chiamarsi fuori, perché è trasversale, per reddito, età, posizione sociale, nazionalità, formazione scolastica.

Pertanto, anche la condizione della donna musulmana non è la stessa, dipende dal Paese in cui la donna vive; ci sono Paesi nei quali la donna è esattamente equiparata all’uomo. In Tunisia, per esempio, dove praticamente da sempre esiste un movimento femminista, che vigila sui diritti delle donne. Ma la condizione della donna dipende anche dal suo livello di istruzione. Dove istruzione non significa soltanto saper leggere e scrivere, ma soprattutto capacità di ragionare in autonomia, di immaginare un futuro migliore, e di comprendere che anche la donna, al pari dell’uomo, può essere artefice del proprio futuro.

In Occidente il velo è divenuto il simbolo della sottomissione della donna islamica. Arroccati nelle nostre convinzioni non ci chiediamo mai se è davvero così. Certo, se come velo intendiamo il burqa afghano, non c’è dubbio che non vada tollerato, ma non è solo una questione di abito, è proprio la cultura maschilista che lo impone, che non va tollerata; contro di essa bisogna battersi. Invece, abbiamo invaso il Paese, considerato matrice del terrorismo, nel 2001, con la scusa di andare a “salvare le donne”. Paladini dei diritti umani. Sono passati 16 anni e l’Afghanistan continua a essere registrato nelle statistiche dell’Onu come il Paese peggiore dove nascere donna. E nessuno alza la voce contro l’Arabia Saudita o contro l’Iran. Perché di fronte alla necessità di fare business, la questione della donna diventa marginale.

Nelle nostre città, però, la maggior parte delle donne velate indossa veli che coprono solo i capelli, sono colorati, di fogge e stoffe diverse. Si chiama hijab. C’è chi lo indossa per motivi religiosi, chi per appartenenza culturale, chi lo sente come un elemento che rafforza la propria identità, c’è chi si sente più protetta e c’è anche chi lo rigetta, perché «se Allah mi ha dato la bellezza, perché devo coprirla?» Ci stanno tutte le posizioni, purché sia una scelta consapevole della donna e non una costrizione. Ed è su questo che dobbiamo lavorare, insistere, sulla capacità delle donne musulmane di scegliere. Allora sì che indossarlo sarà un piacere, perché ci sarà sempre la libertà di toglierlo.

© 2017 Romina Gobbo 

pubblicato su Il Punto – 3 marzo 2017

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