L’incontro fra vittime e colpevoli, una via di guarigione

Non ci sono vinti, né vincitori, non ci sono dolori grandi e piccoli, non ci sono giudizi da dare. «C’è solo un passato da ricomporre per liberare l’orizzonte del futuro». Questo è  l’intendimento della giustizia riparativa. Non si tratta di mera mediazione o di lavori socialmente utili che sostituiscono la detenzione, si tratta di far riappacificare le persone, prima di tutto con sé stesse, con la propria storia, e poi là, dove è possibile, anche con chi ha fatto loro del male. Lo sa bene il padre gesuita Guido Bertagna, che ha trovato Dio negli occhi dei minorenni detenuti nel carcere di Napoli. E poi, diventato prete nel ’96, impegnato al Centro culturale San Fedele di Milano, è stato per otto anni cappellano volontario nel carcere di San Vittore. Oggi vive a Padova. «Ascoltando le vittime», racconta, «mi sono reso conto che il loro dolore non può essere riappacificato da una lunga pena inflitta al colpevole. La sofferenza inflitta al reo attraverso la privazione della libertà risponde a una reazione primaria, rabbiosa, risentita, a volte anche vendicativa, ma in profondità che cosa resta? Accertati i fatti, trovato il colpevole, ed eventualmente stabilito un risarcimento, la giustizia si ferma. Chi ascolta più ildolore della vittima? E quello del colpevole?» Verrebbe da dire che non è la stessa cosa. Come si fa a non stare dalla parte delle vittime? «La giustizia riparativa ha un’espressione molto bella, che è equo-prossimità – continua il gesuita -. È lo sforzo di essere vicino ad entrambe le parti, riconoscendone il cammino, sostenendolo. A volte è più da sostenere l’una, altre volte, l’altra. A un certo punto, senza livellare situazioni e dolori, si vede nelle persone un progresso, un riconoscimento del proprio percorso e di quello altrui».

INCONTRO E MEMORIA

Forlì. Convegno sui totalitarismi del ‘900. I relatori parlano di giustizia riparativa

Ma come faccio a guardare negli occhi la persona che ha ammazzato mio padre o mio marito o mia figlia? O l’uomo che mi ha violentata? «Non identificando la persona con la sua colpa», risponde Bertagna. Più facile a dirsi… «Nessuno pretende che sia facile. L’esperienza di mettere vittima e colpevole l’una di fronte all’altro è iniziata da uno stratificarsi di con- tatti, relazioni e anche affetti. E dalle riflessioni emerse durante le settimane su Bibbia e giustizia. Si tratta di un percorso faticoso, con alti e bassi; una persona può partire disponibile all’incontro e poi avere un momento di ripensamento o, al contrario, può partire prevenuta e poi sperimentare uno scioglimento». Quest’esperienza è diventata un volume: Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata a confronto, pubblicato a sei mani, con il criminologo Adolfo Ceretti e la docente di Diritto penale Claudia Mazzucato. I tre autori, assieme a Manlio Milani (presidente dell’Associazione caduti di piazza della Loggia) e Alberto Franceschini (tra i fondatori delle Brigate Rosse), sono stati tra i protagonisti dell’ultimo Festival di storia del Novecento di Forlì (900fest – Dittature, totalitarismi, democrazia), che ha indagato sul tema della colpa. «Discutendo con Adolfo e Claudia, ci siamo resi conto che, rispetto agli Anni di piombo, non c’era stata una vera opportunità di confronto tra chi realmente li aveva sofferti sulla propria pelle», sottolinea Bertagna. «Se una persona detenuta per ragioni di lotta armata usciva per decorrenza dei termini, subito si scatenava la polemica sulla pena troppo breve. Le vittime – che si erano sentite abbandonate dallo Stato – rivendicavano di essere ascoltate. Mancava, però, uno spazio che raccogliesse la polifonia delle voci, nel desiderio comune di comprendere insieme quegli anni e poter in questo modo rimettere il passato al suo posto. Per questo noi diciamo che questo cammino non l’abbiamo cercato, si è imposto nella nostra storia». Tra chi si è unito alla lotta armata c’erano anche dei cristiani «Sì, negli anni ’60-’70’, c’era la grande suggestione che veniva dai movimenti di liberazione dei Paesi del Terzo mondo, situazioni estreme originate dal fatto che la classe politica non era ritenuta adeguata. Molti cristiani si sono avvicinati a un cristianesimo aggressivo, che doveva rispondere all’estremo male con una specie di rimedio estremo, per essere davvero dalla parte degli ultimi. C’era l’illusione – anche in Italia, all’epoca governata dalla Democrazia cristiana – che, eliminando gli attori del male sociale, si sarebbe ottenuta una società migliore. Il grande abbaglio è stato credere che quella modalità fosse una scorciatoia di giustizia».

IL SOSTEGNO DELLA FEDE

La fede aiuta in un percorso di riconciliazione? «Per alcune persone è stata una risorsa decisiva. In qualche caso c’è stata la riscoperta della fede, nel senso della dimensione profonda di un’umanità che va oltre noi stessi, che entra nel mistero dell’altro, che è un mistero abitato. Questo ha permesso di sperimentare un incontro profondo». Quando avviene un fatto criminoso, i giornalisti corrono a chiedere ai familiari della vittima se se la sentono di perdonare. «Perdono nei nostri incontri è una parola che è stata usata pochissimo. Le parole di alto valore specifico, come amore, vanno usate con pudore, per non banalizzarle. Il perdono è un percorso di liberazione che la persona fa, quindi richiede tempo e varie tappe, che non sono mai acquisite una volta per tutte: ci devi sempre tornare, riscoprirle di nuovo e, nel frattempo, c’è anche il riconoscimento del cammino dell’altro, che permette una diversa lettura del male subito e del male commesso, quindi della nostra storia». E ora come proseguirete? «Ci dedicheremo ad accompagnare la pubblicazione del libro, per fare in modo che esso diventi occasione per allargare il cerchio delle persone che vogliono riflettere con noi, anche fuori dai confini italiani. Siamo già andati in Salvador ad aiutare l’avvio di percorsi per i minori. Abbiamo contatti a Gerusalemme. La giustizia riparativa non è la soluzione a tutto, ma può aprire strade impensabili».

 

TESTIMONIANZE

Manlio Milani, presidente Comitato vittime della strage di piazza della Loggia, Brescia

Agnese Moro, figlia di Aldo, il leader della DC rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, ha scritto una lettera agli assassini del padre: “Volevo essere certa di non aver dimenticato, di non aver annacquato il passato e quello che è successo a mio padre». Dopo «sono stata davvero sicura di non aver annacquato nulla; che il mio cammino verso di voi – come il vostro verso di noi – è stato fatto senza semplificare e senza mettere niente tra parentesi». Manlio Milani è presidente del Comitato delle vittime di piazza della Loggia a Brescia. Sua moglie è stata spazzata via dall’esplosione. «Restare di fronte al colpevole e alla sua umanità non significa condividere o giustificare, ma allargare lo sguardo, per non restare chiusi nella logica del rancore e della rivalsa». Per un ex brigatista, che preferisce l’anonimato, «questo gruppo è stato importante, mi ha consentito di portare a un livello di realtà i mostri che popolavano la mia testa».

© 2017 Romina Gobbo 
pubblicato su Credere – 19 marzo 2017 – pagg. 28, 29, 30, 31

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