#twittomelia. 140 caratteri per sentire fame di Parola

“Promesse di felicità gratis: ne vuoi?” #twittomelia; “Pescatori, non monsignori… abbiamo sbagliato qualcosa…” #twittomelia; “La vera conversione inizia dal saper distinguere il Bene dal Male. Ed è una gran bella fatica” #twittomelia; “È il peccato a dividere e scartare; Dio accoglie tutti noi e tutto di noi” #twittomelia. Sono alcuni dei tweet che i sacerdoti del blog http://www.twittomelia.it hanno diffuso da quando, nel 2015, l’iniziativa delle omelie in 140 caratteri è partita. Poche parole, come prevede il social network, ma significative, per raggiungere il cuore dei fedeli. «In così poco spazio possiamo soltanto provare ad aprire una porta, chi sta dall’altra aprte deve scegliere se entrare», afferma uno degli autori, don Riccardo Pincerato. Chi vuole entrare, trova nello stesso tweet il link all’omelia completa. Ma entrare significa soprattutto interagire. «Nel mondo dei social non esistono esperti – spiega don Daniele Pressi, ideatore dell’iniziativa -. Per noi questa è un’opportunità, perché elimina uno degli scogli dal punto di vista pastorale, cioè il fatto che la Parola viene ancora considerata prerogativa esclusiva dei preti. È vero che noi siamo formati a questo, ma è anche vero che la Parola è di tutto il popolo di Dio. Ciascuno dovrebbe sentire il desiderio di abitarla. Twittomelia quindi parte da noi, ma è uno spazio nel quale invitiamo tutti. Facciamo la nostra proposta, sperando che venga accolta, commentata, e ovviamente ritwittata».

L’idea nasce un anno e mezzo fa da un gruppo di preti giovani della diocesi di Vicenza, stimolati dal cardinale Gianfranco Ravasi. Ma viene prima il tweet o l’omelia per esteso? «Partiamo col chiederci quali sono i 140 caratteri che il Signore ci direbbe di inviare – spiega don Riccardo -. Poi cerchiamo di sviscerare il messaggio in maniera essenziale, con il linquaggio del web, ma senza smarrire la ricchezza del contenuto». Il vescovo Pizziol «ci ha solo raccomandato che non sia un’esperienza autoreferenziale, ma di servizio. E che al centro ci sia sempre il Vangelo».

Ottocento followers su Twitter, 1.500 contatti Facebook, e poi il blog. «C’è chi legge soltanto, ma c’è anche chi interviene. E sono sempre scambi arricchenti per noi». Perché «il social network dipende da come lo si usa. Come cristiani dobbiamo decidere se prendere le distanze – conclude don Daniele -, oppure provare a inserirci con quello che siamo».

© 2017 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – martedì 11 aprile 2017

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