Festival Biblico. Anche il dialogo interreligioso è un viaggio, che porta a mete insperate

«Se ci abbandoniamo al divino, il divino ci ispira»: sta tutta qui la ricetta affinché le religioni possano camminare insieme. Ha concluso, così, Syamini Hamsananda Ghiri, dell’Italian Indù Union, l’evento che tutti gli anni, la domenica pomeriggio, il Festival Biblico di Vicenza dedica al dialogo interreligioso.

Assieme a lei, per parlare di “Religioni in cammino”, anche l’imam di Firenze, Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), Anna Urbani, del Segretariato Attività Ecumeniche di Venezia, e Roberto Catalano, co-responsabile del Centro internazionale per il dialogo interreligioso del Movimento dei Focolari, che ha anche letto la relazione di Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea, impossibilitato a presenziare.

Tutti d’accordo i relatori sul fatto che l’incontro con la fede dell’altro è sempre un viaggio, un pellegrinaggio, «si sa quando si comincia, ma mai come si finisce e soprattutto dove si finisce», ha spiegato Catalano. «Il dialogo interreligioso», ha continuato, «è un cammino difficile, ma che può portare a mete insperate. È la convenzione di tutti e tre gli ultimi papi, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco. Attenzione, però, a distinguere il pellegrino dal turista. Essere pellegrini significa soprattutto uscire per acquistare una sapienza che non si ha prima di partire. I turisti vanno verso le periferie, cercano di evitare la gente, desiderano tranquillità. Il pellegrino lascia la sua casa per rinnovare sé stesso, ma anche per incontrare gli altri, che considera potenziali fratelli e sorelle in cammino verso la luce. Tutta l’umanità è in viaggio e noi facciamo parte di questo movimento. Come dice l’enciclica Nostra Aetate, che tratta proprio delle relazioni fra la Chiesa e le religioni non cristiane, “i vari popoli costituiscono una sola comunità. Essi hanno una sola origine e hanno un solo fine ultimo, Dio”».

E durante questo viaggio non possiamo non incontrare l’altro. «Il viaggio è difficile, ma ti permette di capire meglio la tua fede, quando viaggi insieme ad un altro fratello», ha affermato l’imam Elzir. «Ognuno di noi è orgoglioso della propria fede, per questa fierezza facciamo il dialogo; per riconoscere che la diversità è ricchezza, non per eliminare le differenze. Alla Mecca noi andiamo per ricordare Muhammad, ma anche per ricordare Abramo. Ho iniziato questo mio cammino di dialogo da quindici anni, prima studiando al Centro Internazionale “La Pira” di Firenze, dove ho incontrato i cristiani. Poi questo dialogo è iniziato anche con gli ebrei, il che non è stato facile per me che sono palestinese. Ma abbiamo voluto provare un dialogo alla pari, come cittadini italiani, da una parte di fede ebraica, dall’altra di fede musulmana, poi ci siamo avvicinati al mondo buddista, ai fratelli sikh, ad altre realtà induiste e alla realtà civile. Questo cammino assieme mi ha aiutato a scoprire il senso della mia fede. C’è chi invece ne ha ancora paura, dobbiamo comprenderli e poi accompagnarli alla scoperta della bellezza del dialogo».

Le difficoltà, anche le guerre, ci sono state e la storia è tutta lì a ricordarcele. «Non c’è stato un tempo in cui la Chiesa sia stata una», ha detto Anna Urbani del Sae. «Ci sono stati ripetuti tentativi di cercare di mettersi d’accordo, ma ci sono state soprattutto grandi divisioni, culminate nello scisma d’Oriente o Occidente, a seconda della posizione nella quale ci si colloca. Solo nel 1948 è nato l’ecumenismo moderno. Da allora le Chiese sono in cammino fisicamente, si stanno muovendo verso l’unità. È una consegna che abbiamo ricevuto da Gesù alla vigilia della sua morte per noi, ma non siamo stati capaci di vivere questa unità, anche se siamo stati sempre consapevoli dello scandalo di queste divisioni. Questa unità non è fine a sé stessa, è finalizzata al regno. L’ecumenismo mette le Chiese le une davanti alle altre, questo è un viaggio, una relazione di ospitalità, di riconoscimento reciproco e anche di dipendenza reciproca. E questo comincia a dire qualcosa anche all’esperienza del dialogo interreligioso».

Ha spiazzato un po’ il pubblico Syamini, quando ha affermato che «l’induismo, con tutti quegli dei, che sembra quasi idolatria, è anch’esso una religione monoteista, che dice che Dio è uno, ma si manifesta in diversi modi. Sono modi diversi di raggiungere il divino, e il dialogo è uno di questi modi. Nel pellegrinaggio l’uomo non mira solo ad attraversare il suo centro, ma alla vicinanza con Dio e con tutto ciò che compone la bellezza della natura. Ecco perché noi andiamo in pellegrinaggio sull’Himalaya, perché su quelle montagne innevate lassù ci si sente più vicini a Dio. Noi cerchiamo il sacro in ogni cosa e in ogni uomo, dal filo d’erba al cosmo, perché riconosciamo che siamo tutti fatti della stessa sostanza, di quell’attitudine, cioè, che mi fa sentire fratello di tutti, che mi fa soccorrere la gente in mare. Chi fa dialogo interreligioso vuole vedere l’altro come fratello, vuole vedere l’umanità come fratelli e sorelle che camminano insieme. Quante volte papa Francesco ha parlato di un’economia avida, della natura che stiamo distruggendo, del fatto che se c’è chi vive nella sofferenza è perché qualcun altro pensa solo al profitto; il Papa è diventato uno per tutti, parla della casa comune e nella casa comune siamo tutti noi, perciò tutti dobbiamo averne cura. In questa casa comune le religioni camminano insieme e testimoniano che si può condividere l’ideale del bene dell’uomo».

© 2017 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – domenica 29 maggio 2017

http://www.famigliacristiana.it/articolo/anche-il-dialogo-interreligioso-e-un-viaggio-che-porta-a-mete-insperate.aspx

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