Enrico Gazzola. Il mio ballo libero in carrozzina

Penso che lassù Qualcuno mi voglia veramente bene, e infatti le nuvole si sono sempre diradate lasciando posto al sole». Enrico Gazzola, 56 anni, torinese di nascita ma ligure d’adozio- ne, ha trovato nella danza un’alleata contro le limitazioni di una tetraparesi spastica degenerativa. «La condizione può essere una limitazione di movimento, ma non di espressione». Con fatica, ma con grande determinazione, Enrico ha raggiunto traguardi importanti, come la medaglia d’oro a Rimini, nel 2014, al Campionato italiano paralimpico Wheelchair Dance Show Combi (in coppia con Giordana Di Tivoli) e un altro oro nel 2016 nello stesso campionato (con Lorella Brondo). «“Combi” sta per combinato; significa che ballano assieme un atleta in carrozzina e uno normodotato. In questo modo si superano le barriere». Poi ci sono state tante altre soddisfazioni, ed Enrico in questi giorni è a Francoforte per la Coppa di Germania dove, per la prima volta, si esibisce da solo, nel free style.

NELLE MANI DI DIO

Chiara Bruzzese, Enrico Gazzola, Edo Pampuro (credits Marco Toschi)

Quella disabilità, da ostacolo è diventata opportunità: «Non mi sono mai arreso, ho lottato contro la mia limitazione fisica, contro il dispiacere di non essere capito, perché ci sono ancora molta ignoranza e diffidenza. Ma non mi sono mai sentito solo, sono sempre stato fiducioso che la mano di Dio avrebbe guidato il mio percorso. Quella mano che mi si è posata sulla testa alla nascita». Venuto alla luce con tre mesi di anticipo (nel 1961, i neonati così prematuri sopravvivevano uno su cento), è rimasto per altri cinque in incubatrice, in età scolare ha vinto un’asma bronchiale, poi ha superato un’operazione ai tendini che gli ha precluso la possibilità di usare la bicicletta, è riuscito a guarire da una grave epatite C contratta dal dentista. La sua capacità di camminare è andata sempre più affievolendosi, ma a tutt’oggi nel conserva un residuo, che gli permette di vivere da solo, dopo la morte del papà nel 1986 e della mamma nel 2000. Da ventinove anni lavora allo sportello per il pubblico nella Radiologia dell’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure.

IL VANGELO NELLA VITA

«Credo più all’aiuto dall’alto che al caso. La danza mi ha fatto realizzare i sogni che avevo da ragazzo: con addosso la maglia azzurra, ho rappresentato e rappresento l’Italia nel mondo. Una responsabilità e un onore». Forza di volontà, determinazione, ma anche conversazione continua con il Padre celeste: «Sono cresciuto in una famiglia cattolica: la scuola dalle suore, la preghiera prima di dormire, i sacramenti e la Messa alla domenica. La parola di Dio è parte della mia vita, amo citare il Vangelo, mi viene naturale, mi dà positività». La danza è arrivata nel 2009 attraverso l’incontro con Giordana Di Tivoli, ex prima ballerina Rai «che ha sempre avuto una particolare sensibilità nei confronti delle persone disabili, convinta da sempre che con la carrozzina si potesse danzare, tirare fuori nuove capacità. Andai a vedere uno spettacolo dei suoi allievi e rimasi folgorato: disabili e bipedi ballavano insieme, erano bellissimi, tutti uguali, le differenze erano annullate. Tutto risultava perfettamente amalgamato. Mi ritrovai in mezzo al gruppo, a volteggiare. Non mi ero mai sentito così bene».

DANZA COME INTEGRAZIONE

Con l’aiuto del Comune di ALbenga (Savona) e della sezione locale dell’Ucai, Unione cattolica artisti italiani, Gazzola ha fondato la società Asd “Soul Dance”, per l’integrazione nella danza. «A quel punto mi mancava solo di partecipare a una competizione. Era un’idea, una sfida, forse una follia. Con Giordana vincemmo a Rimini, ma lei viveva a Roma. Io avevo una voglia matta di continuare a danzare, e senza la mia insegnante mi sentivo come se fossi stato privato delle ruote. Quando incontrai la ballerina Lorella Brondo, ripresi a sognare. Mi presentò il coreografo Edo Pampuro e si è formato il nostro bel sodalizio a tre, oggi unito da un legame profondo. Quando ormai pensavo che nulla potesse più succedere, mi si è aperto un mondo, fatto di nuove relazioni, stimoli, opportunità e progressi inimmaginabili dal punto di vista fisico. Ballo per tirar fuori quello che ho dentro, senza vergogna e senza paura. E ogni volta è un’emozione unica. Paradossalmente, anche se riesco ad avere ancora una parte di vita da bipede, la vera libertà di espressione ce l’ho con le ruote sotto di me».

SENTIRSI AMATI DA DIO

Edo Pampuro, Enrico Gazzola (credits Marco Toschi)

 

In questo percorso sofferto ma lusinghiero, si è palesato il segno del divino: «Un giorno sentivo dolori lancinanti allo stomaco, allora mi sono fatto il segno della croce nel punto di dolore e ho versato un po’ di acqua di Lourdes. Il male è passato. È lì che ho cominciato a pensare che lassù Qualcuno mi ama. E mi ama così tanto che riesco a ballare ad alti livelli, anche se movimenti che ad un normodotato risultano semplici, per me sono faticosissimi. Ma tutto questo sta a dimostrare che il valore della persona va al di là delle sue condizioni. Contro la cultura dellos carto, come dice papa Francesco, che per me è meraviglioso. Mi dà la forza per continuare a migliorarmi».

© 2017 Romina Gobbo

pubblicato su Credere – n. 26/2017 – domenica 25 giugno 2017 – pagg.24, 25, 26, 27

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