Il prete che come Mosè salva il suo popolo dalle onde

“Ancora una volta lo Stato viene meno al suo dovere”. Non sa se essere più sconfortato o più padre Mussiè (Mosè) Zerai, dopo l’incontro con i dirigenti dell’Assessorato alle Politiche sociali del Comune di Roma, a seguito del recente sgombero dell’immobile sito nei pressi della stazione Termini, all’incrocio fra via Curtatone e via Goito, nel quale dal 2013 vivevano circa un migliaio di migranti, per lo più etiopi ed eritrei. “Tutte persone in possesso o dello status di rifugiato, o della protezione sussidiaria, o del permesso umanitario, i tre titoli legalmente riconosciuti dallo Stato italiano. Ma la protezione c’è solo sulla carta, mentre non è mai stata tradotta in pratica. All’Assessorato mi hanno detto di non avere fondi per affrontare questa emergenza. Ma quella che continua ad essere chiamata ‘emergenza’ è in realtà una situazione incancrenita da quattro anni”. Così Roma si è ritrovata con 7-800 persone che vagano per la strada e che dormono nei parchi. Un’umanità dolente fatta di uomini, donne incinte, bambini, ragazze, invalidi, anziani, perfino persone in dialisi.

ALTRO CHE ‘EMERGENZE’

“Si parla tanto di sicurezza e poi si permette questo? – continua il sacerdote -. Ci sono altre due strutture a Roma con dentro immigrati lasciati lì dal 2004 e dal 2006, altre due ‘emergenze’. Se saranno sgomberati anch’essi, ci saranno almeno duemila persone senza un posto dove andare. Non si possono prendere queste decisioni senza avere un piano B. Le persone che hanno diritto di protezione vanno accolte e incanalate in un percorso di integrazione, di inserimento sociale, economico e culturale”.

L’ANGELO DEI MIGRANTI

Di questi tempi più che mai padre Mussie sembra essere una ‘voce che grida nel deserto’. Di origini eritree, il prete è arrivato in Italia nel 1992 e dal 2003 si adopera per salvare i profughi dalle acque del Mediterraneo e dalle maglie dei trafficanti. Il suo numero di telefono è scritto a penna sulle magliette di chi fugge, inciso sulle celle delle prigioni libiche, e passa di bocca in bocca. Padre Mussie è diventato un ‘angelo’ per chi è stato salvato, ma una figura scomoda per chi è risoluto a costruire muri e fare profitti sulla pelle di altri uomini. Candidato al premio Nobel nel 2015, oggi è iscritto nel registro degli indagati per ‘favoreggiamento dell’immigrazione clandestina’. Ma all’avviso di garanzia che gli ha notificato la Procura di Trapani l’8 agosto scorso, null’altro ha fatto seguito. “Non sono stato né convocato, né ho avuto ulteriori informazioni, nonostante che attraverso il mio avvocato abbia subito fatto sapere di essere a disposizione. Io sono tranquillo perché ho sempre agito nel pieno rispetto della legalità”. L’inchiesta giudiziaria avrebbe come riferimento presunte pressioni da parte del prete nei confronti degli organi competenti nel soccorso in mare. “Non è una novità per nessuno il fatto che il mio telefono sia sempre acceso di giorno e di notte. Quando ricevo un sms, o una chiamata dal mare, cerco di capire la situazione, se ci sono donne, bambini, malati, e poi la posizione della barca, così da poter essere preciso quando allerto le Centrale operativa della Guardia costiera italiana e maltese. Solo dopo interpello anche l’Unhcr (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e quattro delle associazioni attive nel canale di Sicilia: Moas, Medici senza Frontiere, Sea Watch e Watch the Med”. Sono le Ong a loro volta oggi al centro di polemiche pretestuose, accusate di favorire gli arrivi.

DONARE UN FUTURO

Nel 2006 padre Mussie ha fondato l’associazione Habeshia, che ha aggiunto all’aiuto dei profughi che sbarcano in Italia, l’impegno per creare opportunità di studio in Africa, per sostenere i giovani intenzionati a crearsi un futuro a casa propria, ovviamente nei Paesi dove è possibile. “Ci sono situazioni dalle quali l’unica soluzione è fuggire – spiega -. In Africa ci sono dittature, spesso appoggiate e sostenute dagli Stati Uniti, ma anche da Paesi europei e altri, per tutelare i propri interessi economici, geopolitici e militari in quelle regioni. C’è poi chi scappa a seguito di disastri ambientali. L’Africa riceve ogni anno dalla comunità internazionale aiuti per un valore di 30 miliardi di dollari, però all’Africa la stessa comunità internazionale ogni anno sottra 190 miliardi di dollari, attraverso lo sfruttamento di giacimenti e risorse naturali. Allora è una presa in giro. Mi vuoi aiutare veramente? Tieniti i suoi 30 e lasciami i miei 190. E ci sono le guerre. Libia, Siria, Afghanistan… Che si combattono con quali armi? Lo Yemen viene bombardato ogni giorni dai sauditi, alleati dell’Occidente; con loro il presidente Usa Donald Trump si è accordato per una vendita di armi del valore di 110 miliardi di dollari. Saranno usate per fare guerra, e la guerra produce rifugiati, che andranno da qualche parte a chiedere protezione. Per cui non ci dobbiamo stupire se in giro per il mondo ci sono più di 65 milioni di rifugiati: li stiamo producendo noi”.

EUROPA E DIRITTI

L’Europa, che si barcamena senza trovare una soluzione concreta, ha molte responsabilità. “Intanto va chiarito che su 65,3 milioni di rifugiati che sono in giro per il mondo, l’Europa ne ha accolto solo il 6%; il restante se lo spartiscono Africa, Turchia, Giordania, Libano, Pakistan. Con l’iniziativa ‘Processo di Khartoum’, siglata nel 2014 con i Paesi del Corno d’Africa, l’Europa ha messo a disposizione più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% viene usato realmente per lo sviluppo. Il resto serve ad addestrare militari e poliziotti, per sorvegliare i confini. Finanziamo regimi – come il Sudan e l’Eritrea – governati da dittatori che negano i diritti umani, purché chiudano le frontiere; recentemente ci siamo accordati con la Libia. Ma il fatto che non arrivino più qui da noi, non significa che non ci sono più rifugiati; anzi, stiamo spingendo sempre di più queste persone nelle mani dei trafficanti. Se non vuole avere questo flusso di profughi in arrivo, l’Europa deve scegliere di combattere per i diritti di quelle persone, affinché possano vivere in condizioni dignitose nel loro Paese”.

© 2017 Romina Gobbo 

pubblicato su Credere – 3 settembre 2017 – pagg.7-11

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