Violenza alle donne. Denunciare? Sì, ma a quale prezzo?

Sta per finire la giornata di sensibilizzazione contro la violenza alle donne, e vale la pena fare qualche considerazione, anche un po’ impopolare. A sentire chi sta fuori dal problema, bisogna denunciare, denunciare, denunciare. Ottimo consiglio. Solo che per chi sta dentro nella spirale della violenza, questo non è un automatismo, anzi. È un tunnel che si imbocca alla cieca, non se ne vede l’uscita, è costellato di macigni e di buche. Macigni che si chiamano sensi di colpa, specialmente quando la violenza è all’interno della famiglia e ci sono figli. «Che cos’è bene per loro?» Macigni che si chiamano retaggio di una cultura patriarcale mai del tutto scardinata. Qualche volta mamma e zia non ti perdonano se decidi di lasciare tuo marito. I panni sporchi si lavano ancora in casa. Macigni che si chiamano dipendenza: economica, sociale, psicologica, fisica. Non è roba da vecchi coniugi. Ci sono ragazze che continuano a rimanere legate a quel “fidanzato” che le ha picchiate. Macigni che si chiamano insicurezza, bassa autostima, visione negativa di sé. Una donna abusata per anni nel fisico o nella mente, è estremamente fragile. Macigni che si chiamano paura. «La prossima volta mi ammazza. E se fa del male ai miei figli?» E poi ci sono le buche. Sono le lacune del sistema. La donna va a far denuncia e a volte trova personale di polizia non preparato. La situazione è migliorata rispetto al passato, ma non è ancora ottimale. Non riceve adeguato ascolto o supporto. E poi deve ripetere quella storia che la addolora tante e tante volte, perché chissà magari si è inventata tutto. Poi servono prove, i lividi sul corpo non bastano mai. Finalmente la denuncia viene inoltrata. Arriva anche la prima udienza. Ma l’avvocato della controparte scava, scava, chiede, richiede, anche i dettagli, quelli che una donna vorrebbe solo rimuovere. Tutto questo fa male. Intanto il tempo passa, e quando non scatta un provvedimento di allontanamento, quella donna continua a vivere accanto al partner maltrattante. Con quale angoscia? A volte avviene il tragico epilogo, perché i tempi della giustizia sono lunghi. Le carte giacciono sulle scrivanie dei giudici e le donne muoiono. Certo che bisogna denunciare, ma serve una rete di salvataggio di “operatori caterpillar” che riducano i macigni a ghiaia e usino quella ghiaia per coprire le buche.

© 2017 Romina Gobbo

pubblicato su Facebook sabato 25 novembre 2017

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