«Bisogna fermare chi spara sulla Croce Rossa» – «We must stop those who shoot on the Red Cross»

«Oggi c’è una crescita di bestialità preoccupante. Sembra di essere tornati indietro di oltre 150 anni, quando furono consacrati i principi di neutralità del personale sanitario durante le guerre (il riferimento è alle Convenzioni di Ginevra, ndr). Negli ultimi anni abbiamo assistito, da un lato impotenti e dall’altro affranti, alla perdita di decine e decine di nostri volontari, molti della Mezzaluna Rossa, durante il conflitto siriano. Ci sono parti che attaccano volutamente obiettivi civili. E, a causa dell’insicurezza, molte organizzazioni umanitarie sono costrette ad andarsene privando le popolazioni di cure e di assistenza». Il quadro delineato da Rosario Valastro, vicepresidente della Croce Rossa Italiana, trova conferma nei dati: le popolazioni civili rappresentano il 90% delle vittime dei conflitti (10.000 in Afghanistan solo nel 2017, 50.000 nello Yemen dal 2015, in Siria l’Onu ha perso il conto).

Perché questa “bestialità” come l’ha definita lei?

«Credo che alla base di tutto ci sia l’idea di distruggere le realtà civili. Partirà a breve una campagna di sensibilizzazione del nostro Comitato internazionale, ma un’altra era già stata proposta qualche anno fa; il manifesto mostrava la foto di un defunto e la scritta: “Non sono morto perché mi hanno ucciso. Sono morto perché hanno ucciso il mio medico”. Colpire chi porta soccorso è un modo per colpire le popolazioni civili. La verità è che non c’è più cultura di rispetto dell’uomo. E nelle guerre le regole non vengono più applicate perché – se voglio vincere, conquistare un territorio, imporre un’idea – devo sbarazzarmi di tutti quanti possono rappresentare un ostacolo. Il che implica davvero una sorta di tutti contro tutti».

C’è speranza di ritrovare un po’ di umanità?

«Bisogna partire dall’educazione delle persone. Sento spesso citare la nostra Costituzione in maniera approssimativa. Invece è la prima a stabilire i principi dell’essere umano. La nostra civiltà è arrivata a questo punto proprio perché basata sui valori di accettazione e rispetto dell’uomo. Negli anni la base giuridica relativa ai diritti umani si è molto allargata. Ma la mia paura è che queste norme vengano accettate solo quando le cose vanno bene. In tempo di pace sono tutti d’accordo su quanto affermano le Convenzioni di Ginevra, diverso quando si verificano conflitti o crisi. Ho sentito tanti italiani dire che bisogna mettere dei cannoni sulle coste siciliane per respingere i barconi… Si dimentica clamorosamente che esiste il principio di non respingimento. Per taluni le Convenzioni sono da tenere sotto una teca di vetro. Per questo è nostro compito diffondere i nostri principi (umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità, universalità, ndr) e ribadirne l’utilità per lo sviluppo del genere umano».

Quando andate nelle scuole a parlare di pace o nonviolenza, trovate accoglienza positiva da parte dei giovani?

«Intanto va detto che la Croce Rossa Italiana è ricchissima di giovani che svolgono il loro servizio ovunque: quasi il 30% dei nostri volontari ha un’età compresa fra i 14 e i trent’anni. E quando i nostri operatori si recano nelle scuole trovano molta rispondenza. Credo che i giovani oggi godano di una serie di input molto maggiori rispetto a cinquant’anni fa, però non significa che non siano alla ricerca – come è sempre stato – di punti di riferimento validi, di valori che li aiutino a trovare la loro strada e a diventare adulti».

© 2018  – Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – Attualità – martedì 6 marzo 2018 – pag. 16

 

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