Il contrasto alla radicalizzazione comincia con la prevenzione – The contrast to radicalization begins with prevention

«Vi invito a combattere i miscredenti, con le vostre spade tagliate loro le teste, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria le loro teste». Abdel Rahman Mohy Eldin Mostafa Omer, 60 anni, cittadino italiano di origine egiziana, ripeteva frasi di questo tipo ai bambini che andavano a lezione di religione da lui, nella sede dell’associazione culturale islamica “al Dawla” di Foggia, di cui era presidente. Nel mondo arabo l’onomastica è molto rilevante, ma spesso accade che la traslitterazione italiana non sia esatta e pertanto non si riesce a risalire al reale significato. Ci sono, però, anche casi in cui l’orizzonte di riferimento è chiaro. Per esempio, il nome Abdel Rahman significa “servo del Misericordioso”, il che denota una forte devozione, ma ci dice anche che quello che alcuni – in maniera erronea – hanno continuato a chiamare Stato Islamico (legittimando, più o meno consapevolmente, quanto dichiarato dal sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi), in arabo si chiama al Dawla al Islamiyya fi al Irāqi wa Shām, ossia “Stato islamico dell’Iraq e della grande Siria”, il cui acronimo è Daesh. Un certo Abū l-Hasan, detto Sayf al-Dawla è stato una figura centrale nella storia dell’Asia islamica del X secolo. Grande condottiero, viene ricordato come colui che fu in grado di accendere “l’ultima fiammata del jihad fra gli arabi d’Oriente fino ai tempi moderni” (Claude Cahen, L’Islamismo I, Milano, Feltrinelli, 1969, p. 254). Si faceva chiamare Sayf (la spada) al-Dawla (dello Stato).

Ma torniamo ad Abdel Rahman. È stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere terroristica, e la sede dell’associazione è stata posta sotto sequestro perché ritenuta base di attività sospette di propaganda jihadista. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale antimafia, è stata co-condotta da Digos e Guardia di Finanza. La notizia ha suscitato un certo clamore. Fa impressione sapere che i terroristi perpetrino l’arruolamento di bambini anche molto piccoli (4-10 anni). In Italia il fenomeno finora si è verificato raramente, ma altrove è ben consolidato. Come attesta il Rapporto Unicef del 2016, “No place for Children”. Dell’impiego nei conflitti di bambini soldato si sa da decenni, soprattutto con riferimento all’Africa, ma non solo. E Daesh ha rilanciato e rinnovato questa prassi, per dimostrare di essere in grado di formare i suoi “figli” (sia che siano davvero figli di miliziani oppure bambini rapiti, come gli yazidi), dal punto di vista religioso e militare. Addestramento fisico e indottrinamento alla “giusta via” – che di fatto è l’ideologia del Daesh – vanno di pari passo. Ed ecco che si è andata formando una generazione di potenziali inconsapevoli kamikaze (Rapporto della Commissione internazionale di inchiesta dell’Onu, guidata dal professor Paulo Pinheiro, con riferimento al 2014). Ragazzini e ragazzine sono stati usati come attentatori suicidi in Siria, Iraq, Nigeria (Boko Haram), Somalia (al-Shabaab), Afghanistan… Non solo da Daesh. Tutti i gruppi terroristici reclutano bambini, perché in certe aree del pianeta essi sono talmente disperati da non avere nulla da perdere e quindi facili da adescare, perché sono manipolabili, e perché passano più inosservati. Nell’indagine relativa ad Abdel è coinvolta anche la moglie italiana, Vincenza Barbarossa, 79 anni, sospettata di reati fiscali. Le sono stati sequestrati beni per complessivi 370mila euro, provento della “zakat”, ovvero il terzo pilastro dell’Islam e uno dei doveri religiosi più importanti: consiste nel versare obbligatoriamente a titolo di beneficienza una somma di denaro proporzionale alle proprie ricchezze. Tale denaro serve per l’attività di culto, per la gestione e manutenzione dei luoghi sacri e per aiutare i poveri della comunità. Evidentemente i due coniugi perseguivano progetti molto meno nobili.

Un’indagine dell’Ispi, a cura di Lorenzo Vidino e Silvia Carenzi, ha evidenziato che in Italia ci sono stati altri due casi di “scuole di terrorismo”: nel 2007, a Ponte Felcino, frazione perugina di cinquemila abitanti, venne scoperta una cellula simpatizzante di al-Qaeda, che gravitava attorno alla moschea “al Nour” (النور). Era proprio l’imam, il marocchino Mostafa El Korchi, con l’aiuto di due suoi accoliti, ad addestrare i fedeli – bambini compresi, secondo gli inquirenti – e a spingerli a partire per l’Iraq per combattere i miscredenti. Usava come materiale didattico filmati di esecuzioni di massa e di attentati kamikaze, e manuali che insegnano a costruire bombe. Nel 2015, è stato intercettato un sodalizio preposto al reclutamento di potenziali attentatori da far operare sia in Medio Oriente che nel nord Europa, collegato alla rete transnazionale “Rawti Shax”, con sedi a Merano e Bolzano. Faceva capo al leader curdo Najmaddin Faraj Ahmad (mullah Krekar), fondatore del gruppo islamista radicale Ansar al-Islam, dove Ansar significa “ausiliari, sostenitori” dell’Islam. È il termine usato per indicare gli abitanti di Medina, che si convertirono all’Islam dopo l’arrivo nella loro città del Profeta Muhammad. Ma, nel glossario jihadista, la parola “sostenitore” diventa “mujahid” (مجاهد), ovvero combattente impegnato nel jihad (جهاد) e, nel caso in questione, per lo Stato Islamico. Najmaddin fu arrestato e incarcerato a Oslo, in Norvegia; dalla sua cella impartiva ordini al suo vice che – fatalità – si chiama… Abdul Rahman Nauruz. Un altro “servo del Misericordioso”. Anche costoro “formavano” i bambini ad uccidere il nemico. Possibile che nessun genitore si sia accorto di cambiamenti nei comportamenti del proprio figlio? Oppure temevano per i propri figli? C’è da sperare che i “cattivi maestri” siano stati fermati prima dell’irreparabile. Ma se così non fosse? Quanti bambini siano caduti nella rete, quanti si spingeranno fino a diventare operativi, non è dato sapere. Che siano questi bambini o che siano altri, che siano giovani o adulti, foreign fighters tornati dal fronte, una questione molto seria è la de-radicalizzazione. Esperimenti europei hanno dimostrato quanto sia complesso distogliere un aspirante jihadista dai suoi intenti. In Italia, finora c’è un solo caso di “rieducazione socio-giuridica-culturale”. Riguarda un barese convertito all’Islam, Muhammad, al secolo Noci Alfredo Santamato, indagato per terrorismo internazionale. Il Tribunale lo ha condannato a frequentare un master specifico all’università.

Ecco allora che ancora una volta prevenire è meglio. A questo punto vanno fatte un po’ di riflessioni: sulle moschee o centri culturali islamici presenti in Italia – chi li finanzia – e sugli imam – chi sono, da dove vengono, a quale Islam aderiscono -. Le rilevazioni non sono facili. Attualmente in Italia si contano dieci moschee, di cui cinque complete con cupola e minareto (Ravenna, Roma, Colle Val D’Elsa, Segrate Milano, Forlì) e circa 1.200 fra sale di preghiera (musalla) e centri culturali islamici, più o meno strutturati, spesso privi di una sede idonea, e quindi ospitati in garage, scantinati e capannoni, a volte anche non in regola. Qui si apre il problema della mai attuata Intesa (rif. ex art. 8, comma 3, della Costituzione) per disciplinare i rapporti fra Stato italiano e comunità islamiche (circa un milione e mezzo di fedeli, molti dei quali non sanno dove andare a pregare). C’è bisogno di norme precise per la costruzione dei luoghi di culto, di percorsi di formazione per imam e guide religiose e della tracciabilità dei fondi. Una trasparenza che gioverebbe anche in termini di controllo su soggetti a rischio radicalizzazione. Lo Stato italiano ha riconosciuto giuridicamente fedi molto inferiori dal punto di vista numerico: per esempio, i Mormoni (circa 25mila fedeli) e i pentecostali (4-500mila fedeli). “Allo stato attuale – spiega in federalismi.it Alberto Fabbri, professore di Diritto ecclesiastico e canonico c/o Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” – solamente il Centro Islamico Culturale d’Italia ha personalità giuridica (D.p.r. 21 dicembre 1974, n. 212), mentre le diverse sigle di matrice islamica sono giuridicamente riconosciute prevalentemente come associazioni o centri culturali” (Religioni, dialogo, integrazione. Vademecum a cura del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione – Direzione Centrale degli Affari dei Culti Ministero dell’Interno, p. 60 e ss.), godendo della garanzia di non discriminazione come sancito dall’art. 20 della Costituzione, che recita: “Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto di una associazione o istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività”. Questo impasse normativo fa sì che spesso si siano verificate controversie fra comunità islamiche che richiedono la concessione edilizia per la costruzione di un proprio luogo di culto e le autorità locali o i cittadini  autoctoni.

Il “Patto nazionale per un Islam italiano”, siglato a febbraio dello scorso anno, tra il Ministero dell’Interno e le principali comunità islamiche, tra cui UCOII (Unione Comunità Islamiche Italiane) e Co.Re.Is (Comunità Religiosa Islamica Italiana), vuole essere un primo passo verso un riconoscimento giuridico, anche se lascia aperti ancora molti interrogativi. Certo che se la moschea è regolare, se l’imam è persona di sani principi, che recita il sermone in italiano, se i finanziamenti sono provento di donazioni trasparenti, sicuramente la sicurezza ne beneficia. L’imam è figura importantissimo per carpire tendenze al radicalismo. E deve essere punto di riferimento per le famiglie, le quali vi si devono poter rivolgere per un consiglio in caso di comportamenti dei figli che sembrano andare verso la devianza, o per ottenere risposte e chiarimenti per quanto attiene a questioni fondamentali come la laicità o la parità fra uomo e donna. I musulmani dovrebbero essere i primi a tenere le “antenne alte”, perché un “predicatore di odio” fa male prima di tutto a loro. D’altra parte, la loro collaborazione è preziosa anche per l’interpretazione del fenomeno del radicalismo nostrano. Ma non si può pretendere che sia un automatismo, così come non si può continuare con l’equazione musulmano=terrorista, bisogna “creare ponti” con le comunità islamiche, affinché si sentano legittimate nella loro presenza in Italia, integrate, e detentrici di diritti e doveri. Questo è il miglior antidoto al jihad di rivalsa.

© 2018 – Romina Gobbo

pubblicato su    http://crstitaly.org/   –  18 aprile 2018

 

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