La Grande Guerra delle suore riscatta Caporetto – The Great War of the Sisters redeems Caporetto

Scorrendo le pagine de’ “L’altra Caporetto. Suore, orfanelle e pazze di Valdobbiadene profughe nei territori occupati. 1917-1918” (Gaspari Editore), della storica suor Albarosa Ines Bassani, ti senti catapultato in un periodo di cui magari hai poca memoria, perché a scuola hai studiato frettolosamente la Grande Guerra. Poi leggi un giornale e ti accorgi di come passato e presente si assomiglino. La “grande spoliazione”, attuata prima dai tedeschi e dopo dagli austriaci nei territori occupati dopo la disfatta di Caporetto, il 24 ottobre 1917, si ripete ogni qualvolta un esercito calpesta il suolo di una patria considerata nemica. I nemici vanno affamati, umiliati, le loro case requisite, le donne violentate, oppure rese “consenzienti” dal ricatto della fame. E si ripete anche il calvario dei profughi.
Il libro di suor Albarosa, che appartiene all’Istituto delle Suore Maestre di S. Dorotea Figlie dei Sacri Cuori, è in realtà il diario – rivisitato in uno stile più “maneggevole”, ma reso “scientifico” dal confronto con altre fonti – di una sua consorella, suor Gertrude Bisson, che nel 1917 aveva 53 anni ed era la maestra dell’elementare comunale di Valdobbiadene (Treviso), paese occupato e vicinissimo alla linea del fronte. L’occupazione durò un anno e lei annotava quanto accadeva, dettando alle consorelle, resa quasi cieca dalle cateratte. Nel 1927, un conoscente delle Dorotee, Carlo Ferrari, convinse la suora, debole e malata, dell’importanza che quei ricordi non andassero perduti; si offrì di trascrivere a macchina il manoscritto e, dietro dettatura dell’autrice, completò il racconto.
Su quella trascrizione si basa il libro di suor Albarosa, corredato anche di foto, mappe e documenti dell’epoca. Narra un’altra Caporetto. Non quella dei vinti, non quella dei vincitori. A quelle ci pensano i libri di storia. Lei racconta della “guerra” delle sue consorelle, che praticano la medicina e l’insegnamento ovunque arrivano: sono tenaci, autorevoli, non si arrendono, lottano per dare ad una quotidianità dolorosa un’apparenza di normalità: nella scuola improvvisata i davanzali diventano banchi.
Le religiose partono profughe, ma non lasciano indietro nessuno: né gli ammalati, né le tredici orfanelle, né le trecento pazze, considerate “inutili” dalle autorità. E’ una storia di dolore, di angoscia e, soprattutto di fame – “il nostro più grande nemico” -, ma dove spiccano gesti di generosità che fanno capire come esistesse un legame profondo fra suore e popolo.
Le granate incombono. Ma il patriottismo non viene mai meno. Ne sono simbolo le campane. Qualcuna ben nascosta sfugge alla razzia dei comandi stranieri per farne cannoni. E, quando, il primo novembre 1918 “arrivano i nostri”, i soldati entusiasti issano la bandiera italiana insieme alle campane. “Le note della Marcia Reale si sprigionarono dalle trombe e l’armonia di queste si confuse con l’armonia delle campane. La Patria stringeva la mano alla Religione e questa benediceva alla splendida vittoria di quella”, scrisse un’entusiastica suor Gertrude.
Da leggere tutto d’un fiato.

© 2018  – Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – Agorà – giovedì 26 aprile 2018 – pag. 24

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