Monsignor Zenari: “ospedali aperti” per far rinascere la Siria – Monsignor Zenari: “open hospitals” to revive Syria

Si definisce un «veterano delle guerre» il cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria, per avervi assistito in Sri Lanka e Costa D’Avorio. Ma alle atrocità non ci si abitua mai. A fare le spese del conflitto siriano, entrato nel suo «ottavo anno di passione», sono soprattutto i bambini. Lo ha ricordato anche tempo fa, ospite della Pontificia università urbaniana di Roma, in un incontro promosso da Fondazione Avsi, Centro culturale Roma e Comunione e Liberazione. «La sofferenza dei bambini ci tocca tutti. A Cristina, 15 anni, è stata amputata una gamba; a Lauren, nove anni, sono state amputate tutte e due. A Rita, 15 anni, una scheggia di mortaio è penetrata nell’occhio e poi ha raggiunto la testa. Un taxista in due anni ha perso tre figli nel servizio militare, la moglie è morta di crepacuore, lui vive nella sua auto».

Il prelato ha voluto il progetto “Ospedali aperti” in Siria, sostenuto da Avsi. Alla base, la possibilità di accesso alle cure anche per i più poveri in un Paese dove la sanità è al collasso. Si stima che il 58% degli ospedali e il 49% dei centri sanitari pubblici siano chiusi, oppure solo parzialmente funzionanti, che più di 650 persone che vi lavoravano siano rimaste uccise, e che il 45% del personale medico e infermieristico sopravvissuto sia emigrato, così che gli specialisti rimasti sono oggi insufficienti a far fronte alle richieste. Le infrastrutture sanitarie ancora in funzione versano in condizioni drammatiche, con difficoltà a reperire elettricità, carburante e acqua potabile.

Significa che più di undici milioni di persone non possono curarsi, di questi, 2,2 milioni ad Aleppo, un milione a Damasco; il 40% sono bambini. Proprio in queste due città si è sviluppata l’iniziativa di Zenari. I tre ospedali cattolici seguiti da Avsi sono: due a Damasco (l’ospedale italiano e quello francese), e il St. Louis di Aleppo. L’obiettivo è assistere 40mila pazienti in tre anni. Da settembre 2017, quando il progetto è stato avviato, ne sono stati curati quasi duemila.

I cristiani per la società siriana «sono una finestra sul mondo, ma sono anche l’anello debole della catena. La sofferenza dei cristiani e dei musulmani è la stessa, sono tutti carne di Cristo, anche se il rischio maggiore è per i primi, tanto che il 50% ha preferito lasciare la Siria. Ogni cristiano che se ne va, è un impoverimento. La libertà di partire non si può negare, però la bomba più devastante è proprio l’emigrazione. Ci troviamo in una società senza giovani». Eppure in Siria «non c’è stata persecuzione in senso stretto, i cristiani non sono stati cacciati. Anche a Raqqa è rimasta qualche famiglia. Sotto al Nusra abbiamo tre parrocchie francescane con settecento fedeli. Possono andare in chiesa per i riti, ma hanno dovuto togliere le croci e coprire le statue».

Ma un disastro come quello siriano può anche «trasformarsi in opportunità». Dopo la fine della battaglia di Aleppo, Zenari si recò con la delegazione di “Cor Unum” nella zona est, il quartiere sunnita, dove la situazione umanitaria era disastrosa. Il progetto, patrocinato dal Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, è finanziato da: Conferenza episcopale italiana, Papal foundation, Fondazione Policlinico universitario Agostino Gemelli, Roaco attraverso l’Ordine equestre dei Cavalieri del Santo Sepolcro, Misereor (Organizzazione episcopale tedesca per lo sviluppo e la cooperazione), Conferenza episcopale Usa, Caritas spagnola, Gendarmeria del Vaticano attraverso la Fondazione San Michele Arcangelo, Cha (Catholic health association – Usa), Fondazione Terzo pilastro, Fondazione Umano progresso. Ci sono poi le donazioni di imprese italiane e di privati e i contributi del 5×1000.

© 2018 Romina Gobbo

pubblicato su famigliacristiana.it – 13 luglio 2018

http://www.famigliacristiana.it/articolo/zenari.aspx

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