«La Sindone è autentica, ecco perché» – «The Sindone is authentic, that’s why» –

Sergio Rodella accanto al suo modello tridimensionale della Sindone

Su Credere vi parlo di Sergio Rodella, lo scultore padovano, che ha realizzato la Sindone in tre dimensioni.

 

«Il telo ha avvolto un corpo vero di un uomo alto circa un metro e 80. Questo nessuno lo può smentire». Ora quel corpo è visibile grazie al modello tridimensionale realizzato dallo scultore padovano Sergio Rodella. «Non si tratta di un’interpretazione, ma di una trasposizione dell’immagine impressa sulla Sindone, attraverso misure geometriche e matematiche». Un lavoro frutto di uno studio anatomico certosino, basato sui parametri dell’uomo vitruviano, supportato dalla certezza che la Sindone è proprio il lenzuolo che ha avvolto Gesù Cristo dopo la morte per crocifissione. «Il cuore mi diceva che quel telo era autentico, ma l’immagine presentava errori anatomici». Come spesso succede, la quadratura del cerchio è proprio lì, sotto gli occhi, però bisogna coglierla. «I sostenitori dell’ipotesi che si tratti di un falso partivano proprio da quegli errori. Ma il mio modello corrisponde del tutto alla doppia immagine, frontale e dorsale, presente sul telo. Dove sta il segreto? Nell’avvolgi- mento. Il lenzuolo steso evidenzia deformazioni che scompaiono se invece lo si avvolge attorno al corpo. Solo con il tessuto appiccicato, si possono avere misure corrette: la grandezza del cranio, la lunghezza del naso, la distanza fra cranio e torace, il bacino, gli arti… e si evidenziano i traumi al torace e alla spalla, le ferite, tantissime, provocate dai colpi precisi di due flagelli. Là dove non è impressa immagine, io non ho messo nulla».

Sergio con il figlio Emanuele, 41 anni, accanto alla croce con cui ha verificato l’effetto della crocifissione sul corpo umano

Non ancora soddisfatto, Rodella ha voluto una prova ancor più tangibile e così… ha “messo in croce” il figlio Emanuele, 41 anni, robusto, istruttore di palestra: «Ho provato un dolore lancinante», dice. Dopo qualche minuto, le gambe erano preda dei crampi. Ho tentato di rilassarle, ma niente. La croce è terribile, anche senza i chiodi, perché ti costringe a una posizione innaturale, con la distensione di tutti i tendini». «La Sindone», riprende Sergio, «ci restituisce l’immagine di un corpo torturato».

CHIAMATA INASPETTATA

Servivano competenze di anatomia per trovare questi rapporti. «Ho iniziato giovanissimo all’Accademia. Gli amici dicono che tutta la mia vita è stata preparata a quest’opera». Sergio non si aspettava certo la telefonata dei professori Giulio Fanti e Gianmaria Concheri dell’università di Padova, tra i più noti studiosi del sacro lino, che gli offrivano le immagini da cui partire per realizzare un modello dell’uomo della Sindone. Anche perché era in una fase di riflessione, dopo che, il 2 gennaio 2016, un infarto gli aveva mostrato i suoi limiti. «Pensavo che la mia vita si stesse concludendo, ma ero sereno. Mia moglie era morta da dieci anni, potevo andare anch’io. Invece mi hanno rimesso in sesto, e ho scoperto la “mitezza del dolore”, cioè mi accorgevo che, se da una parte c’era stato un evento distruttivo, dall’altra ricevevo tanto amore: da chi mi ha soccorso, ai medici, agli infermieri che mi hanno assistito. Ma ero debilitato, perciò avevo deciso di fermarmi e di prepararmi al tempo di Quaresima meditando proprio sulla Sindone. Quando è arrivata la telefonata, l’ho considerata un segno».

IMMAGINE CHE COMMUOVE

Il risultato è un’opera unica – al momento in plastilina, in attesa della Provvidenza per poterla scolpire in marmo – che ha richiesto due anni di impegno e che non rappresenta la fine, ma un inizio. «Una porta aperta da cui entrare per cercare oltre. Le persone si pongono in silenzio e raccoglimento davanti ad essa. Quella commozione rimarrà impressa per sempre nella loro anima. Non sappiamo come, dove, quali strade percorra, ma l’arte va a toccare il cuore. E, come l’intuizione, non appartiene a noi, è qualcosa che è dentro di noi. Mi fu commissionato un Cristo in marmo nero del Belgio. In lavorazione, puzzava di marcio. Mi informai. È fatto di sostanze organiche decomposte che poi, sotto una certa pressione, si sono fossilizzate e sono diventate marmo. Mi era tutto chiaro: “Mi sono incarnato nel marciume dell’umanità per elevare gli uomini alla dignità di figli di Dio”».

L’arte sacra è sempre stata parte del lavoro di Rodella, la scelta precisa di un uomo che ha scoperto Cristo a 24 anni, e con il quale mantiene un rapporto dialogante, dinamico, ma anche conflittuale. «La mia conversione è stata un’esperienza talmente straordinaria che non so spiegare, ma che mi ha segnato. I primi tempi lavoravo tantissimo, ma non vendevo. Un giorno mia moglie mi disse che non c’era nulla da mangiare, e avevamo un figlio piccolo. Mi sono arrabbiato con Dio: «“O hai fatto un errore nella creazione e mi hai donato un talento che non serve a nulla, o ti dai da fare perché io possa vivere del mio lavoro”. Ho deposto i ferri, rassegnato a morire di fame. Dopo tre ore un cliente mi ha comprato una scultura e ho dovuto interrompere lo sciopero. L’incontro con Cristo non ti fa santo, ti indica una via, e tu ti ritrovi con la tua umanità pesante, difettosa, che non riesci mai a raddrizzare, però hai un punto di riferimento. Anche se vai per strade contrarie, poi Dio ti recupera: è questa la sua misericordia, ed è cio che mi dà forza».

L’ESEMPIO DI MARGHERITA

Forza che Sergio ha sempre ricevuto anche dalla moglie, mancata 13 anni fa, a soli 48 anni. «Margherita, con la sua fede incrollabile, è stata per me un grande sostegno. Poi si è ammalata. Ma l’esperienza della malattia – ce lo siamo detti poco prima che lei morisse -, sono stati gli anni più belli della nostra vita. Sembra una contraddizione, però c’era una grazia speciale che ci avvolgeva. Non ci sono termini umani per spiegare quella perfezione di amore, di vibrazione, che c’era tra noi, come se fosse quello il momento del matrimonio vero e proprio».

© 2018 Testo di Romina Gobbo – Foto di Lisa Boccaccio

pubblicato su Famiglia Cristiana – domenica 12 agosto 2018 – n. 32 – pagg. 28, 29, 30, 31, 32, 33

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