«La missione è vocazione della comunità cristiana» – «Mission is the vocation of the Christian community» –

«Cinque miliardi di persone vivono ancora nelle tenebre spirituali più fitte: è lapiù grande ingiustizia che esiste». Insomma, Gesù Cristo è meno conosciuto della Coca-Cola. «Pur essendo nata molto dopo, la bibita scura ha raggiunto il mondo. Evidentemente loro hanno saputo far bene la pubblicità, mentre il cristiano ne fa poca e male. Lo si vede dai frutti. Dopo duemila anni, ancora il 75% della popolazione mondiale non conosce Gesù. Significa che non funzioniamo. Se fossimo una società che produce, saremmo in fallimento». È questa una delle provocazioni – «provocare è un verbo cristiano» – contenute nel libro di padre Natale Basso, “Provocazioni missionarie – Per dare umanità al futuro” (Emi edizioni), presentato dall’autore nella parrocchia di Sant’Andrea in Vicenza. Il missionario comboniano, classe 1929, non risparmia niente e nessuno: cristiani tiepidi, giornate missionarie celebrate per dovere, preghierine di circostanza, offerte per ripulirsi la coscienza, l’inerzia davanti alla mancanza di giustizia sociale, l’abitudine ad attribuire le colpe sempre a qualcun altro, la crisi delle vocazioni missionarie. «In Italia ogni anno mancano all’appello 500 missionari ad gentes. Questo è un tempo di “turismo vocazionale”, in cui si assaggia molto senza scegliere nulla per paura del definitivo». Ma il concetto di missionarietà universale è duro da far passare. «Quando incontro giovani o adulti ai quali cerco di spiegare che tutti i cristiani devono impegnarsi affinché la salvezza di Gesù giunga fino agli estremi confini della terra, mi sento come un agente di commercio che cerca di piazzare qualcosa di non indispensabile – dice padre Natale –. L’errore è nel non capire che l’impegno missionario ad gentes nasce dal Battesimo e deve essere quindi vissuto in profondità e con costanza da ciascuno». Ed esiste anche uno scollamento tra Chiesa locale e mondo missionario. «Da una parte ci sono i parroci con i loro collaboratori; dall’altra, gli istituti missionari, i centri missionari diocesani, le Pontificie Opere Missionarie, gruppi, volontari… Da una parte i catechismi, dall’altra, la stampa missionaria specializzata. Siamo fuori strada. Una comunità cristiana non è fedele alla sua vocazione, se non è missionaria».

Nato a Vicenza, dopo un paio d’anni nel Seminario vescovile, padre Natale sceglie la missione «una vocazione che è per sempre». Ordinato sacerdote nel 1954, cinque anni dopo parte per l’America Latina dove trascorre gran parte della sua vita: Colombia, Brasile, Perù e, soprattutto, Ecuador, paese nel quale tornerà. Sempre con lo stesso entusiasmo, gli domandiamo? «Anche qualcosa in più, perché l’esperienza ti aiuta ad affrontare meglio i problemi». Dopo una fase iniziale dedicata alla prima evangelizzazione ed una seconda dedicata ai giovani, oggi padre Natale si occupa di editoria, della rivista “Iglesia sin fronteras” e delle varie pubblicazioni. «Che è un evangelizzare attraverso l’approfondimento».

“Evangelizzare” non è un verbo un po’ rischioso? Taluni potrebbero vederci una costrizione. «No, se lo si spiega – risponde il missionario –. Evangelizzare significare presentare Gesù Cristo alle popolazioni che non lo conoscono, in modo sufficiente affinché lo possano scegliere, nella piena libertà e nel rispetto delle tradizioni e culture».

Che cosa suggerisce per colmare il gap della mancanza di Dio? «Bisogna andare, predicare, battezzare. Oggi si parla tanto di globalizzazione. Educazione, cure mediche, fede, non sono degne di esportazione?»

© 2018 Testo e foto di Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – Catholica – venerdì 19 ottobre 2018 – pag. 24

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