Come raccontare la città? Ad Assisi la Scuola annuale di formazione dell’Ucsi – How to tell the city? In Assisi, the annual School of Ucsi formation

Come si può raccontare la città? Con quali strumenti, con quali linguaggi, con quale consapevolezza? Con quali fini?
Sono gli interrogativi che hanno animato ieri pomeriggio alla Cittadella di Assisi il primo momento della Scuola Annuale di Formazione dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) intitolata a Giancarlo Zizola, che da giovane giornalista seguì il Concilio Vaticano II, dando vita alla figura del “vaticanista” così come la conosciamo oggi. L’appuntamento, che durerà fino a domenica, ha visto l’apertura della presidente nazionale Ucsi, Vania De Luca, che ha introdotto il tema di quest’anno “Raccontare la città”, sul quale è anche incentrato l’ultimo numero di Desk, la rivista dell’associazione. Oggi, mentre i consiglieri nazionali si riuniranno per ridefinire lo Statuto, i giovani si confronteranno nei vari laboratori di comunicazione. Domani, invece, un convegno lancerà le iniziative con le quali nel 2019 saranno festeggiati i sessant’anni dell’Ucsi e i venticinque di Desk.

Nel suo saluto, il sindaco, Stefania Proietti, ha illustrato le motivazioni della mozione che lunedì sarà presentata in Consiglio comunale per un impegno di tutti contro le bombe in Yemen. «Perché tutti devono fare la propria parte, anche una città piccola come Assisi, ma ‘città della pace’».
Per il giornalista e scrittore Mario Marazziti, i giornalisti cattolici devono contribuire a creare empatia verso aree urbane “frammentate di individualismo e solitudini”, devono «rifiutare la tentazione della creazione del nemico» anzi, «aiutare ognuno a ritrovare il gusto e il piacere di guardare all’altro senza averne paura. Un mondo che nel 2030 vedrà il 70% della popolazione vivere nelle megalopoli. Io credo che questo sia il compito del giornalismo oggi, in particolare del giornalismo cattolico».
Ha ribadito l’importanza del giornalismo locale, Vincenzo Morgante, direttore Tv2000. «Occuparsi di informazione nell’ambito di un territorio essendone parte, è dal mio punto di vista una grande chance professionale. L’appartenenza ad una comunità territoriale è un’appartenenza forte, profonda, perché è la vita di una persona nell’intera giornata. Il giornalista territoriale è un componente di quella città le cui notizie ha il compito di raccontare. La prossimità è fatta di una conoscenza approfondita dei luoghi e delle persone, ma richiede la capacità di operare sempre con la schiena dritta, perché molte volte si corre il rischio di ritrovarsi sotto casa la persona della quale si sono denunciati i misfatti». La buona notizia è che «l’informazione locale è l’unica che sta reggendo l’impatto con i social, perché dà voce a fatti che non si trovano altrove».

«Io penso che la nostra professione sia una vocazione», ha concluso il padre gesuita Francesco Occhetta, scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente spirituale Ucsi. “Il giornalismo va pensato come un ritorno ad una bottega artigiana dove si trasmette per osmosi un mestiere”. Ma qual è il segreto di un buon giornalismo? “La prima dimensione è connettere le solitudini sul territorio. Significa mettere insieme le ricchezze di tutte le persone che vi vivono. La seconda è l’inculturazione, ovvero capire quali sono i processi, senza imporre le nostre categorie a comunità altre, che non vi si riconoscono. A noi interessa un giornalismo che sogna, che costruisce. Ci interessa la dialettica centro-periferia. Per noi vicinanza vuol dire attenzione a non usare le parole come pietre. Anche perché un atteggiamento scorretto finiremmo col pagarlo in termini di credibilità, oltre che dover fare i conti con la nostra coscienza. E poi la priorità delle notizie. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che un anziano muoia assiderato per strada e lo faccia invece la diminuzione di due punti spread. La persona va riportata al centro. Come si può essere empatici se non riusciamo a gerarchizzare ciò che è umano e ciò che non lo è? Non posso credere nel Cristo morto e risorto se non costruisco giustizia. Come giornalisti credenti, le nostre dimensioni sono la fede e la giustizia, che insieme ci permettono di crescere umanamente e di aiutare la costruzione di una comunità pensante».

© 2018 Testo e foto di Romina Gobbo

pubblicato su agenzia Sir – sabato 17 novembre 2018

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