L’Africa di Silvia, quella vera, dove devi sporcarti le mani – Silvia’s Africa, the real one, where you have to get your hands dirty

Il rapimento di Silvia Romano in Kenya pone molti interrogativi: su che cosa significa fare volontariato in aree considerate di crisi, su responsabilità troppo grandi messe sulle spalle di ragazzi giovani, sui problemi di sicurezza… Ne potremo discutere a lungo, ma non oggi, dopo che Silvia sarà tornata a casa. Perché è questo che conta.
Ho una lunga esperienza di Africa. L’Africa non la comprendi se la guardi dall’Europa e non la comprendi se la guardi dalla finestra di un resort a Malindi. Cominci a comprenderla quando affondi le gambe nel fango causato da una stagione delle piogge particolarmente violenta o quando apri il rubinetto per farti la doccia, ma l’acqua non c’è. Io dico sempre che con una mano ti prende e con l’altra ti respinge. Significa che se vedi solo calamità, malattie e disagi, allora non è il posto giusto per te. Se invece vai oltre, e ti lasci attrarre dalla bellezza di una terra che, nonostante le ferite, lotta per resistere, dall’accoglienza di un popolo che avrebbe il diritto di essere quantomeno arrabbiato con “l’occidentale”, dalla curiosità verso il “toubab” (significa “uomo bianco” in lingua wolof) di una “orda” di bambini che non smette mai di sorridere, allora l’Africa è casa. Per me lo è. Lo è il Kenya dove ho vissuto nella guesthouse di Nenella, una anziana signora italiana, in Africa da quand’era adolescente e che, nonostante le richieste della figlia residente a Torino, non voleva rientrare in Italia, perché «finirei in un ospizio, qui invece per gli anziani c’è rispetto». Lo è l’Etiopia dove mio nonno ha costruito strade e dove ho pianto di rabbia per i bambini vittime di abuso. Lo è lo Zambia, dove ho vissuto il dolore dei bambini orfani abbandonati per le strade di Lusaka, perché l’Hiv si era portato via i loro genitori. Lo è il Camerun dove ho visto le prime azioni di terrore ai danni di una popolazione poverissima perpetrate da Boko Haram. Lo è il Sud Sudan, dove ho visitato gli ospedali di Medici con l’Africa Cuamm, unica presenza sanitaria in aree dimenticate. Lo è il Senegal, dove sono andata a ballare quella danza africana, che non è solo divertimento, è aggregazione, narrazione, tradizione, cultura, è vita. Insomma, non sarei quella che sono senza l’Africa. E a proposito del Kenya: quando ci si affaccia dal punto più alto di Nairobi, si vede la Rift Valley, quella frattura geologica destinata ad ampliarsi finché il Corno d’Africa si staccherà dal resto del continente. Lungo quella frattura, ma un po’ più a nord, in Etiopia, fu trovata Lucy, lo scheletro di donna, che rappresenta il nostro più antico antenato. In quel luogo si sente il respiro dell’umanità, perché da lì tutti i popoli sono partiti per diffondersi nel mondo. Lì avviene il grande abbraccio tra quanti ci hanno preceduto e quanti verranno. Un’energia che attraversa le epoche, che annulla le differenze, che ti ricongiunge con te stesso e con il tutto. Non c’è più la morte, c’è solo vita, perché mentre ti rendi conto di non essere solo, capisci anche che la catena delle generazioni continuerà anche senza di te, fino alla fine dei tempi.

#portiamoacasasilvia #sempredallapartedegliultimi

© 2018 Romina Gobbo – Facebook 23 novembre 2018

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