Il denaro sporco, una volta riciclato, diventa alberghi, bar e negozi – The dirty money, once recycled, becomes hotels, bars and shops

Pensierino del fine settimana

«Siamo più forti noi. Possono tener duro ancora qualche mese o qualche anno, ma mafia, camorra e ‘ndrangheta saranno cancellate dalla faccia di questo splendido paese, ce la metteremo tutta». L’unico modo di aggredire le mafie, insisteva il ministro dell’Interno Matteo Salvini lo scorso dicembre, «è farlo nel portafogli, nel conto in banca. La lotta si fa sequestrando anche le mutande a questi disgraziati». Tutti d’accordo sulle buone intenzioni. Ma i proclami devono essere seguiti da strategie, piani di azione, e che piani di azione, vista la forza del nemico. Segui la grana diceva un noto film. Più facile a dirsi che a farsi. Non è che il mafioso arriva con la 24 ore piena di contanti all’aeroporto e zac, si procede all’arresto in flagrante. La forma dell’infiltrazione mafiosa è molto subdola, negli anni è andata sempre più raffinandosi, in particolare con la diversificazione delle attività, e grazie ad una pletora di supporter – banchieri, affaristi, assicuratori, imprenditori, burocrati, amministratori, politici, avvocati, giudici, poliziotti… – presenti in ogni livello della società, facili a “chiudere un occhio e, se serve, anche due”. Il problema è che il cosiddetto denaro sporco, una volta riciclato, è denaro pulito. Hai voglia trovarlo. Il denaro ripulito arriva nel nord Italia, appetibile per il suo “miracolo economico”, ma anche nel nord Europa, la Germania, per esempio, è un paese di riciclo, che piace tanto all’ndrangheta. Si “trasforma” in alberghi, ristoranti, pizzerie, centri commerciali e quant’altro. Non è magia, è corruzione. Nel sud Italia la mafia invece preferisce agire come uno stato sociale là dove lo Stato non si è mai visto. Opera così anche il terrorismo in nord Africa. La pancia vuota, la disoccupazione, le disuguaglianze sociali, la sfiducia nelle Istituzioni… tutto questo suscita rabbia e la rabbia è l’anticamera del male.

© 2019 Romina Gobbo – Facebook 12 gennaio 2019

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