Recensione. Veneti in controluce

Nell’antologia dello scrittore e sociologo vicentino Giuseppe Ausilio Bertoli si dipanano diciotto racconti, con una prosa scorrevole: si possono leggere in una notte. Storie di personaggi che restano ai margini del miracolo del Nordest. Perché hanno problemi economici, preoccupazioni, amori non corrisposti, figli difficili da educare e spesso salute cagionevole. Sono in controluce perché passati al setaccio dell’autore – appassionato di introspezione psicologica – nei loro pregi e difetti. I veneti sono laboriosi, concreti, lavoratori indefessi, ma spesso – fra le mura di casa – sono malinconici, stanchi, disillusi. In fondo, sono semplicemente umani.

“Veneti in controluce” (per i tipi della Fernandel) è una pennellata su un mondo passato troppo in fretta dalla campagna all’industrializzazione, e che inevitabilmente ha lasciato molti indietro. Personaggi ordinari, la cui vita è fatta di pochissima poesia, e dove la vita significa essenzialmente “tirare a campare”. Bertoli racconti degli uomini e donne che si incontrano ogni giorno al supermercato, nelle piazze, nei bar, quelli con cui si fa la coda alle poste. Con due costanti, che collegano questo libro ai precedenti: l’amore in tutte le sue sfaccettature e la manifesta ipocondria. Si massaggiano sempre le tempie – un’emicrania, una leggera depressione non si nega a nessuno -, vivono in uno stato di frustrazione, a volte manifesta, altre più celata, quasi inconscia, dovuta alla vita personale ancorché a quella professionale.

L’autore scruta i suoi personaggi, osserva come si snodano le loro vicende, a volte sorride di loro, altre soffre con loro, altre ancora ne fa una critica profonda. Il risultato è una fotografia autentica di uno spaccato di società all’interno della quale ogni persona (non solo i veneti) può trovare il suo posto. A volte Bertoli calca la mano rispetto ad alcuni temi che gli stanno a cuore. Da uomo di lettere, il disinteresse attuale per la letteratura diventa argomento ricorrente nei suoi libri. Qui risalta l’ignoranza generale rispetto a veneti illustri, Goffredo Parise e Giovanni Comisso. Parlare di loro serve anche a cercare di pareggiare i conti con un Veneto più concentrato sugli schei che sull’istruzione.

Ma non è il male di un territorio, è il male della civiltà attuale, troppo concentrata sul “fondoschiena”.

Come i personaggi, anche i luoghi vengono descritti con attenzione. Sullo sfondo i problemi della società attuale: immigrazione, intolleranza, microcriminalità, sicrezza, mafia – perché il Veneto ha il suo lato malavitoso -, aumento dell’età media della popolazione, contrasti generazionali, con i vecchi che non comprendono perché i nipoti non scorrazzino più per i prati, e siano invece perennemente appiccicati all’I-phone. Problemi che in verità escono dall’ambito territoriale, finendo per accomunare l’Italia tutta. Può sembrare un mondo arcaico, perché la tecnologia ha impresso in pochi decenni un’accelerazione mai avvenuta prima, ma in fondo è solo il mondo di ieri.

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su L’Immaginazione – rivista letteraria – marzo 2019

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