Scuola di legalità per fare terra bruciata intorno ai clan – School of legality to make scorched earth around clans

“La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale”. Scriveva così nella lettera “Per amore del mio popolo, non tacerò”, don Peppe Diana, parroco della parrocchia di San Nicola di Bari in Casal di Principe (Caserta), ammazzato nella sua chiesa a 36 anni, da sicari della camorra dei Casalesi, il 19 marzo 1994, giorno di San Giuseppe, festa del papà, mentre si accingeva a celebrare messa. Ma quelle parole sono diventate il simbolo della sua lotta contro la camorra e hanno conquistato Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale, che ha scelto di intitolare a don Peppe la Scuola di legalità che stava progettando.

«Non lo conoscevo prima – racconta -, ma quando ho letto quel testo ho capito che questo sacerdote doveva essere davvero coraggioso perché ha combattuto una delle mafie più potenti e più brutali. Don Peppe affermava una grande verità quando diceva che la mafia trova terreno fertile dove lo Stato non c’è, dove non c’è giustizia sociale, non c’è cultura. Per questo sia lui che don Pino Puglisi volevano scuole, oratori, luoghi di aggregazione». La Scuola di legalità di Roma e del Molise “Don Peppe Diana” viene fondata nel 2014, ma Musacchio si occupava di mafia – sia nel lavoro – che come impegno personale, da dopo la morte di Falcone e Borsellino, quando ad una manifestazione a Campobasso incontrò il giudice Antonino Caponnetto. Insieme decisero che quelle morti non dovevano essere lasciate cadere nel dimenticatoio. Bisognava tenere desta l’attenzione soprattutto delle giovani generazioni. Nacque allora il primo progetto “Legalità Bene Comune” rivolto alle scuole, ma Caponnetto nel 2002 viene a mancare. Nei giorni della malattia, riprende Musacchio, «mi fece promettere di non abbandonare il percorso iniziato». Negli anni, la Scuola di legalità, con i suoi volontari, ha raggiunto 40mila studenti, dalle terze elementari all’università, in particolare nelle regioni del sud Italia. Si parla di lotta alla mafia, alla corruzione, di convivenza civile, di diritti umani, spesso grazie al contributo di figure quali Augusto De Meo, unico testimone dell’omicidio di don Peppe, Rita Dalla Chiesa, Salvatore, fratello di Paolo Borsellino, la figlia di Pippo Fava, il figlio di Pio La Torre, il fratello di Peppino Impastato.

«I ragazzi sono molto interessati – conclude Musacchio, oggi direttore scientifico della Scuola -. Vogliono sapere perché la mafia è così forte, e perché lo Stato non riesce a sconfiggerla. Io rispondo che manca la volontà di farlo, perché per lo Stato significherebbe fare una “rivoluzione”: toccare i gangli dell’economia, cambiare i meccanismi della giustizia… Per quanto ci riguarda, dobbiamo continuare a tenere alto il nome di chi ha perduto la vita lottando contro la mafia».

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Avvenire – Primo Piano – domenica 17 marzo 2019 – pag. 6

 

 

 

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