Padova, Festival Biblico 2019. I detenuti-attori raccontano Babele

«In questo momento di frattura, provo paura e gioia. Paura di una situazione nuova e gioia di ricominciare». Così Ciro, giovane detenuto del laboratorio teatrale di Teatrocarcere Due Palazzi di Padova, commenta “Babele”, lo spettacolo preparato in occasione del Festival Biblico 2019, e che sarà offerto al pubblico il 13 maggio alle 13.30. La piccola comunità teatrale detenuta a Padova è composta da persone differenti per età – dai 25 ai 70 anni -, provenienza geografica e sociale, credo religioso. «Abbiamo inteso cogliere l’aspetto vitale della narrazione biblica di Babele – spiega la regista Maria Cinzia Zanellato, coadiuvata dall’aiuto regista Adele Trocino e dalla stagista Ilenia Martire. «La torre è segno di edificazione massificata, omogeneizzazione, con tensione verticale. Dunque la sua distruzione crea spazio, permette l’inizio della disseminazione orizzontale, della biodiversità. Lo sguardo, ora ad altezza d’uomo, percepisce orizzonti inediti».

Il risultato del progetto è emerso già durante le prove, caratterizzate da una reale commozione. «Il Signore discende e libera gli uomini, portando all’incontro con l’altro. Temi che dentro ad un carcere diventano vita vissuta», continua la regista. «Questo ha riportato i detenuti sul piano dell’esperienza individuale, quando anche loro hanno provato la fiducia altrui, e questo li fa ben sperare per il futuro».

Così si scopre anche che dietro le sbarre la tolleranza è più semplice. «Probabilmente dipende dal fatto che condividono l’esperienza di essere detenuti. Questo abbatte le barriere. Una delle scene sarà recitata da ciascuno nel proprio dialetto. Sono molto predisposti a recepire, perché già dentro ad un percorso esistenziale, rispetto al quale è come se facessero affidamento su qualcosa di trascendente». Ne è uscito uno spettacolo complesso, con parte del canovaccio scritto dalle stesse persone detenute. L’esibizione sarà accompagnata dalla canzone dei Pink Floyd “Another brick in the wall”, perché «come dentro a un carcere le persone vivono diversità fortissime, cercando un territorio di dialogo, forse è possibile anche fuori», conclude Zanellato.

© 2019 Romina Gobbo

pubblicato su Credere – domenica 5 maggio 2019 – pag. 29

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